Le mille luci di Hong Kong

Hong Kong

Non amo follemente le città e tantomeno le metropoli. Quando quasi un anno fa progettavo il mio giro intorno al mondo mi immaginavo questi giorni in Indonesia, sulle isole Gili, oppure a Flores, un vero paradiso terrestre. Alla peggio potevo essere a Timor est, uno di quei posti che sicuramente entrando nelle agenzie di viaggio non avete mai sentito nominare. Affascinato dai posti più remoti non potevo farmi mancare un isola sperduta dove persino le migliori assicurazioni internazionali non coprono alcun sinistro.

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Tieni viva in te la capacità di continuare a meravigliarti.

Yunnan

Che stai entrando in Cina te ne accorgi già dalla frontiera.
La dogana laotiana è una casetta con un paio di sportelli, qualche domanda e tanti sorrisi.
Arrivi dalla parte cinese e ad accoglierti un palazzo avveniristico con all'interno banchi d'accoglienza e metal detector come se fossimo in un aeroporto.

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E bevitelo un the salato al latte di Yak! Tashi Delek!

A cura della Dr.ssa Alessandra Bosetti
Dietista Clinico
Clinica Pediatrica – A.O. Luigi Sacco, Milano

La cucina Tibetana è influenzata dai paesi vicini, India, Pakistan, Cina e Nepal, ma è meno saporita, più leggera e meno varia.
Uno dei motivi è soprattutto la scarsa produzione di materie prime in quanto il territorio non è bagnato dal mare, ed è quasi tutto composto da montagne sopra i 4000 mt. Un altro motivo è il credo religioso: in questo territorio sono professate tre fedi religiose: il Buddismo, l'islam e l'induismo.

Anche la gastronomia del Ladakh, la parte dell'altopiano detta “Piccolo Tibet” , a nord dell'India è sobria e monotona. La dieta è paragonabile a quella delle nostre valli agli inizi del novecento quindi pasti sono semplici e frugali, composti da cereali, carne e latte, mentre le verdure non si trovano facilmente e sono solitamente importate dalla Cina.

L'elemento che non manca mai è la Tsampa, farina di miglio tostata impastata con acqua e zucchero, che viene mangiata ad ogni ora, spesso accompagnata da thè salato al burro di yak. L'alimento base della popolazione tibetana è infatti l'orzo, l'unico cereale che può crescere in condizioni estreme di altitudine e siccità. Dall'orzo tostato si ricava appunto la tsampa, una farina dal sapore che ricorda la nocciola e può essere consumata in polvere, aiutandosi con le mani, oppure impastata con l'acqua per ottenere grosse pallem ripassate nella farina fresca per evitare l'essicazione e facili da conservare nella bisaccia per il viaggio. La tsampa viene utilizzata sia per confezionare la pasta, sia per la preparazione di bevande, con l'aggiunta di zucchero, latte, yogurt, oppure mescolata nel te e nella birra locale.
Il Tè Tibetano, chiamato Bo Cha è costituito da foglie di tè verde che vengono fatte bollire a lungo, solo che l’infuso così ottenuto viene versato in una specie di zangola assieme a sale, bicarbonato, latte e burro di dri, la femmina dello yak. Il tutto viene mescolato energicamente in modo che il burro fonda e si emulsioni con il liquido. Solo allora il tè viene riversato in un bollitore che lo tenga caldissimo. Il risultato è una bevanda brodosa, molto grassa e salata, che lascia una patina di unto sulle pareti interne della bocca. I Tibetani lo offrono a qualsiasi ora e per qualsiasi occasione, riempiendo le tazze fino all’orlo, e non appena se ne beve qualche sorso si affrettano a versarne di nuovo. Aggiungono del nuovo tè bollente per mantenere la temperatura, poiché se si raffredda troppo il burro si rapprende formando dei grumi rancidi in superficie. La tradizione vuole che gli ospiti non bevano mai tutto il tè della tazza ma ne lascino un po’ per far capire al padrone di casa che ne vogliono ancora. Quando ne hanno abbastanza possono buttare il tè rimasto in una coppa apposita sul pavimento, ma questo deve avvenire non prima della terza o quarta tazza, altrimenti si è considerati scortesi. Il Bo Cha (questo è il nome della bevanda in lingua tibetana) si beve non solo in Tibet, ma in tutte le regioni trans-himalayane a cultura buddista come il Nepal, il Bhutan e in India del Nord.

The al latte di burro di Yak


Solo qualche anno fa è stata introdotta la coltivazione dei legumi, nei territori del nord, dove la produzione resta tuttavia molto limitata.
Molto importanti sono i latticini come formaggio, burro e yogurt ottenuti dal latte di yak, il bovino dal pelo lunghissimo, che pascola nelle valli tibetane.
La pasta, thenthuk, sotto forma di noodles o “tagliatelle”, si trova cucinata con verdure o carne,

Thenthuk

cosi' come i momo (ravioli ripieni al vapore).

Momo
MOMO:
Calories 4417
Carbs 55
Fat 14
Protein 18
Sodium 1,7
Sugar 3


La carne si trova secca o bollita, spesso speziata e piccante, e se al turista viene offerto coda o lingua di Yak è considerato un grande onore!
Carne di Yak

La frutta si trova nei mercati ma è poco consumata cosi come i dolci.

Un discorso a parte merita il consumo di carne in quanto nell'area Tibetana convivono tre fedi religiose, con diverse pescrizioni alimentari: induismo; buddismo, islam. La carne è solitamente esclusa dai pasti per motivi religiosi. Gli indù adorano mucche e tori come divinità e considerano sacri tutti i loro prodotti, perciò seguono un rigoroso regime vegetariano, che essi considerano segno di purezza.
I buddisti si astengono dalla carne, benchè non vi sia espresso divieto perchè professano il rispetto di ogni forma di vita ne giustificano l'uccisione solo per necessità. Alcuni buddisti non mangiano prodotti di origine animale, incluse uova e latte. Altri evitano le cosidette “cinque spezie”, aglio , cipolla, erba cipollina, scalogno e porri, perchè temono che il loro forte aroma possa eccitare i sensi e ostacolare la liberazione o il controllo dei desideri, mentre il divieto islamico di mangiare carni impure (maiali e derivati), animali morti naturalmente e animali acquatici che vivono anche fuori dall'acqua (granchi e anfibi), consente di cibarsi solo di carni pure, ottenute con la macellazione di rito mussulmano perciò i pochi macellai tibetani sono musulmani, tra le carni sono saltuariamente cucinati il montone, il pollo e lo yak, quest'ultimo solo per celebrare particolari eventi. Una specialità è la carne essiccata di agnello o di yak, tagliata e lasciata essiccare vicino ai villaggi.

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L'Himalaya: Tibet e Nepal

Mt Everest

Sono arrivato a Lhasa, la capitale del Tibet dopo due giorni di viaggio in treno da Chongquing.
In questi due giorni mi è capitato di assaggiare diverse specialità cinesi, in quanto, essendo l’unico occidentale a bordo del vagone, non potevo in alcun modo rifiutare.
Mi è capitato un episodio divertente: la prima sera mi viene offerto un uovo del centenario e l’imbarazzo è enorme poiché ha un aspetto disgustoso: è nero, con il tuorlo verde scuro. Si tratta di un uovo che viene preparato attraverso un particolare processo di fermentazione che impiega circa tre mesi in un composto di acqua, sale, carbone, e ossido di calcio.
Ecco, ora immaginatevi la scena in cui mi viene insistentemente offerto quest’uovo che è una vera e propria primizia ai loro occhi. Ma la comunicazione è difficilissima e in qualche modo mi invento che non mangio uova perché mi fanno stare male. Un paio d’ore dopo un altro viaggiatore del vagone viene ad offrirmi una specie di omelette dall’aspetto davvero invitante, accetto di buon grado se non che l’altro passeggero, quello dell’uovo nero, mi impedisce di assaggiarla memore del fatto che non potevo, stando alla mia versione precedente, mangiare uova.
Rispetto ai tre giorni in Transiberiana la differenza è proprio questa, non riesci a pianificare pranzi e spuntini in quanto questi ultimi sono dettati dai tuoi compagni di viaggio. Ho pertanto effettuato diverse iniezioni di insulina volte a correggere di volta in volta pranzo dopo pranzo, spuntino dopo spuntino.

Il secondo giorno di viaggio vengo svegliato da un gran trambusto: il treno, chiamato anche il “treno delle nuvole” stava per oltrepassare il punto più alto della tratta ferroviaria ad oltre 4700 metri di altezza. I miei compagni di viaggio erano esaltati come fossero allo stadio.
Il paesaggio fuori non rende assolutamente l’idea in quanto sembra una pianura simile a quella mongola, ma anziché verde, era gialla e marrone chiaro. L’Himalaya sale piano, si assesta su altopiani e poi arrivano i giganti, vette che superano ampiamente i 6000 metri, con quelle più alte come l’Everest a sfiorare i 9000 metri.
Ti accorgi dell’altitudine grazie alle nuvole: qui il cielo è terso, finalmente l’inquinamento della Cina continentale è alle spalle, le nuvole sono bianche, grasse e bassissime. Sembra quasi di poterle toccare e allora sì che ci si sente in alto.
L’altitudine si sente anche una volta arrivati a destinazione: il treno è pressurizzato mentre Lhasa è situata a 3650 metri sul livello del mare e il respiro è leggermente affaticato. Qui in Tibet vi è il rischio di sentirsi male a causa del mal di montagna (AMS o acute mountain sickness): si presenta solitamente con cefalea, nausea e vomito. Il diabete ovviamente era un’altra seccatura in quanto non mi era mai capitato di trascorrere una decina di giorni a queste altitudini. Avevo tuttavia ottenuto tutte le rassicurazioni del caso da parte del mio dottore e mi sono preoccupato di effettuare quanti più controlli possibile, tra questi una visita cardiologica prima di partire dall’Italia.
Il diabete tuttavia non mi ha dato alcun problema, i valori erano nella norma. Purtroppo il sistema di monitoraggio continuo della glicemia l’avrei ricevuto solo una volta arrivato in Nepal, e in questi giorni tibetani sarebbe stato molto utile averlo con me per monitorare le reazioni all’altitudine.

Il Tibet è permeato di un’aria di sacralità che si respira ovunque per le strade: monasteri, monaci, pellegrini ovunque. Mi ha ricordato tanto, per atmosfera, la città del vaticano e quel suo essere nel cuore di Roma, diversa da Roma.

Ho passato i primi giorni a Lhasa, per acclimatarmi, e poi mi sono diretto verso il gigante per antonomasia: l’Everest.
A Lhasa si mangia bene, il cibo tibetano è influenzato dai paesi vicini, India, Pakistan, Nepal e Cina, ma la cucina è meno saporita, più leggera e meno varia di quest’ultima.
Uno dei motivi è soprattutto la scarsa produzione di materie prime in quanto il territorio non è bagnato dal mare, ed è quasi tutto composto da montagne sopra i 4000 mt.
La dieta è quindi paragonabile a quella delle nostre valli agli inizi del novecento: i pasti sono semplici e frugali, composti da cereali, carne e latte, mentre le verdure non si trovano facilmente e sono solitamente importate dalla Cina. Ovviamente di tutta questa semplicità ne ha giovato il diabete con valori sempre nella norma privi di picchi eccessivi.
L’unico problema si poneva con il cosiddetto Bo Cha, il Tè Tibetano, che è costituito da un infuso di foglie di tè verde che viene versato in una specie di zangola assieme a sale, bicarbonato, latte e burro di dri, la femmina dello yak. Il tutto viene mescolato energicamente in modo che il burro fonda e si emulsioni con il liquido. Solo allora il tè viene riversato in un bollitore che lo tenga caldissimo. Il risultato è una bevanda brodosa, molto grassa e salata, che lascia una patina di unto sulle pareti interne della bocca, dal sapori per niente gradevole. I Tibetani lo offrono a qualsiasi ora e per qualsiasi occasione, e diventa spesso impossibile rifiutare una bevuta. Probabilmente a causa del burro presente, la glicemia spesso si alzava e dovevo insistere molto per non berne più di una tazza creando un piccolo imbarazzo che prontamente risolvevo spiegando la situazione con un sorriso, la migliore forma di comunicazione.
Il giorno del mio compleanno ero a 5400 metri di altezza e mi sono regalato una delle viste più emozionanti di sempre, l’Everest: che imponenza e quanta forza in quella montagna avvolta dalle nubi che da un lato incute timore e rispetto, dall’altra voglia di sfidarla e conquistarla.
Non è tuttavia nei miei piani salire oltre il campo base situato a 5400 metri sul livello del mare così il giorno dopo mi dirigo verso il confine nepalese: il primo confine che finalmente attraverserò a piedi su un piccolo ponte, il “ponte dell’amicizia” . Questo è un passaggio importante nella mia avventura poiché è il primo visto fatto direttamente in loco dopo aver oltrepassato i confini precedenti sempre su di un treno.

A Kathmandu non si risente più del problema dell’altitudine, l’aria è più umida e siamo in attesa del monsone. Le montagne intorno sono verdi e lussureggianti, qui la verdura è ampiamente coltivata, il settore primario la fa da padrone all’interno dell’economia nepalese.
Le verdure, la frutta, i legumi, i cereali ed il riso sono diventati i miei compagni di viaggio in quanto da quando sono arrivato in Nepal sto seguendo mio malgrado una dieta vegetariana. Ho infatti deciso di investire un mese del mio viaggio intorno al mondo per aiutare un’associazione a prendersi cura di un orfanotrofio nella Kathmandu valley, a circa due ore dalla capitale. I miei compagni di casa son vegetariani e nel villaggio la carne, di qualunque tipo, è un lusso tale che nessuno la vende. Inoltre ceno spesso in orfanotrofio con i bimbi e qui si mangia sempre solo ed esclusivamente Dal Bat, ovvero riso bollito con verdure e una zuppetta.

Per ora il diabete ne ha tratto enormi benefici, ho ridotto le unità di insulina e i valori glicemici, ora monitorati nuovamente dal sistema di monitoraggio continuo speditomi dall’Italia, confermano buona stabilità e intervalli nella norma. Ovviamente ciò non è dipeso unicamente dall’abbandono di carne, quanto dallo stile di vita sano in campagna e dalla dieta basica ricca di cereali e verdure.
Cerco di non farmi mancare legumi, ottima fonte di proteine, uova e un po’ di formaggio.

Qui ci si saluta con “Namastè” il cui significato letterale è “saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te”: mi sembra un saluto bellissimo e quindi vi lascio così prima della prossima avventura in India.
Namastè mondo!


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Lhasa
L'appuntamento con l'Everest
Kathmandu
Human Traction
Il trekking di fronte all'Annapurna

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Contano le cose meravigliose che incontriamo sul nostro cammino

Tibet

A Lhasa c’è molto altro oltre al Potala Palace tra cui tutto il centro storico, ricco di templi, statue ed altari, e anche appena nei dintorni della capitale si ergono monumenti e monasteri sulle alte montagne da lasciare senza fiato.
E oltre la capitale c’è tutta quella zona che mi accingo a visitare attraverso la Friendship Highway, una strada di 806 chilometri che collega Lhasa al confine con il Nepal. Il termine della strada è un piccolo ponte, il “ponte dell’amicizia”, che è la vera frontiera tra questi due paesi. Dal mio punto di vista è un passaggio carico di molti significati perché è il mio primo attraversamento a piedi di una frontiera. Le altre frontiere infatti sono state tutte superate su diversi treni con gli ufficiali di dogana che salivano sui vagoni, controllavano, scambiavano due battute, timbravano e scendevano. Ora è profondamente diverso e sono emozionato all’idea, l’intero mio progetto è costruito intorno a questi passaggi.

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I desideri hanno le forme delle nuvole

Lhasa

Un gran trambusto mi ha svegliato il secondo giorno sul treno che da Chongquing mi stava portando a Lhasa, la capitale del Tibet.
Erano i miei compagni di viaggio cinesi, tutti esaltati perché di li a poco avremmo passato il punto più alto della tratta ferroviaria ad oltre 4700 metri di altezza.
Il paesaggio fuori non rende assolutamente l’idea in quanto sembra una pianura simile a quella mongola, ma anziché verde, era gialla e marrone chiaro. L’Himalaya è così, sale piano, si assesta su altopiani e poi arrivano i giganti, vette che superano ampiamente i 6000 metri, con quelle più alte come l’Everest a sfiorare i 9000 metri.

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Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo

Monte Emei

“Tutto è diventato cosi’ facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legato a uno sforzo”
Scriveva così Tiziano Terzani nel suo libro “Un Indovino Mi Disse”, un libro che mi ispirato tantissimo nell’intraprendere questa avventura.

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Xi'an e i suoi tesori

Xi'an by night

Ho lasciato Ping Yao verso sera e mi sono diretto verso la stazione dei treni. Ho vissuto due giorni belli ed intensi, ma è già tempo di volgere verso Xi’an ed il suo famosissimo esercito di terracotta. Ho sentito pareri controversi riguardo questa città e la sua più importante attrazione: c’è chi ne parla male, riferendo di essere rimasto deluso dall’esercito di terracotta e dalla città stessa e chi invece ne è rimasto affascinato sia dall’uno che dall’altra.

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L'avventura in Cina

Great wall of China

Con il mio giro del mondo senza aerei ho raggiunto la Cina e qui mi sono fermato circa tre settimane, attraversando le regioni di Pechino, dello Shaanxi, del Sichùan ed infine mi appresto proprio in questi giorni ad entrare in Tibet.
Arrivare in Cina dalla Mongolia è stato un impatto molto forte soprattutto per aver lasciato i cieli tersi e l’aria pulita della terra di Gengis Khan in favore dell’inquinamento delle metropoli cinesi, nelle quali si fatica davvero a respirare. Il clima è simile a quello della mia pianura padana: inverni freddi ed umidi, estati calde e con l’afa persistente.
Tuttavia ho ritrovato elementi importantissimi dell’alimentazione, ormai dimenticati in Russia e Mongolia, come la frutta fresca, in Cina addirittura si trova quotidianamente a prezzi accessibili quella tropicale, e la verdura.
Già a Pechino ogni quartiere ha il suo mercato ed approvvigionarsi di questi alimenti è facile ed economico. In tutta la Cina tuttavia questi mercati sono dappertutto e la scelta è davvero ben assortita.
Un capitolo a parte merita tuttavia l’intera cucina cinese, che non ha niente a che vedere con quella unta, fritta e dolciastra che siamo soliti mangiare nei ristoranti cinesi in Italia.
Qui l’alimentazione è molto varia e, come a casa nostra, cambia radicalmente da città a città. Le abitudini stesse sono molto diverse in quanto i cinesi non sono soliti cucinare in casa in quanto le loro abitazioni sono piccole e modeste, la cucina è spesso sacrificata ed i loro piatti sono composti da ingredienti che lasciano odori intensi come il pesce, l’aglio, la cipolla. Ne risulta che mangiano sempre fuori casa, rendendo il pranzo o la cena un vero e proprio momento sociale. Ne giova la varietà dell’offerta e l’economicità della stessa in quanto è possibile sfamarsi con pochi euro grazie ai vari ristoranti “street food” così come concedersi per poche decine di euro una sofisticata cena al ristorante a base di anatra alla pechinese o pesce fresco e prelibato.

Dal punto di vista del diabete tuttavia non è stato tutto semplice per diversi motivi. Innanzitutto durante gli ultimi giorni in Mongolia, a causa di un difettoso cavo di alimentazione la mia macchinetta per il controllo continuo della glicemia è andata in tilt e, in attesa di una nuova spedita dall’Italia, son dovuto tornare ad utilizzare il mio vecchio glucometro. Niente di preoccupante, sono cose che possono capitare e che avevo messo in conto, se non che l’altro strumento mi avrebbe permesso di gestire meglio l’incognita dei cibi qui in terra d’oriente.
Sí, perché sebbene nella maggior parte dei casi si trattava di pietanze squisite e complete, al momento dell’ordinazione occorreva affidarsi al caso o al massimo a qualche foto sui menu. Pertanto, onde evitare fastidiose e pericolose ipoglicemie, visto che viaggio in solitaria e quindi i miei compagni di viaggio solo casuali ed improvvisati a cui non posso sempre spiegare di essere diabetico, ho sempre optato per una somministrazione di insulina leggermente inferiore per poi eventualmente correggere in base a quello che effettivamente mi veniva servito e alla quantità dello stesso.
Per aiutarmi in tutto questo ho fatto una scheda sim cinese e mi tenevo costantemente in contatto, fusi orari permettendo, con il mio dottore, il dott.Stefano Genovese del gruppo Multimedica di Milano, e con la dott.ssa Alessandra Bosetti, nutrizionista dell’ospedale Sacco, sempre di Milano, con i quali, grazie a whatsapp e mail riuscivo prontamente a ricevere aiuto nella valutazione dei cibi che consumavo.

La cucina cinese si basa essenzialmente su pietanze bollite, e quindi servite all’interno di fumanti e profumatissime zuppe oppure saltate nelle loro tipiche padelle chiamate wok. Entrambi i metodi di cottura aiutano i cibi a non essere troppo difficili da digerire in quanto anche nel caso delle pietanze saltate in padella, gli ingredienti vengono cotti per pochi minuti viste le altissime temperature raggiunte dalle stesse.
Aiutano nella gestione alimentare del diabete, il riso, onnipresente, così come i noodles che sono simili ad i nostri spaghetti o tagliatelle e possono essere di farina, di riso, o all’uovo, e i ravioli cucinati al vapore, solitamente ripieni di carne e verdura, anch’essi dappertutto.

Particolare attenzione va prestata ai fritti, che sono meno comuni, ma comunque molto diffusi in quanto spesso l’olio usato non è di girasole, bensì di palma, alquanto nocivo.

Personalmente dopo i primi giorni di ambientamento, pranzavo leggero con del riso e verdure saltate, mentre a cena mi concedevo un piatto di carne o pesce, spesso accompagnato da noodles per poter essere tranquillo con l’insulina somministrata. E la colazione? Qui amano la colazione salata e consiste in pane bianco cotto al vapore, morbidissimo, ripieno di carne o verdure.

Ad ogni modo credo che le difficoltà maggiori in Cina risiedano nella difficoltà di capire cosa è realmente contenuto nel piatto e quindi come comportarsi di conseguenza con i dosaggi poiché è un paese completamente sviluppato dove ad ogni angolo non mancano supermercati o piccoli rivenditori con tutto a disposizione per ogni esigenza.

Quindi se dal punto di vista dell’alimentazione la Cina non presenta grosse problematiche per una persona diabetica, vi sono altre considerazioni da tenere ben presenti. Innanzitutto le scarse condizioni igieniche: nelle grandi città spesso i locali ed i ristoranti sono sprovvisti dei bagni e occorre servirsi di quelli pubblici per strada, diffusissimi,ma le cui condizioni igieniche lasciano a desiderare. Vi lascio immaginare come può essere la situazione nelle città più piccole.
Inoltre i grossi problemi linguistici per cui può essere importante munirsi di un biglietto scritto in ideogrammi per avvertire in caso di malori la nostra patologia. Ultima cosa, non meno importante, se si viaggia low budget come il sottoscritto occorre tenere presente che negli ostelli non è prevista la cucina comune, ma spesso è offerto un servizio di ristorante. Al fine della conservazione dell’insulina sarà importante verificare sempre la presenza di almeno un frigorifero in cui poterla riporre durante il periodo di permanenza.
Con le dovute accortezze la Cina è pertanto un posto assolutamente consigliato da visitare anche perché oltre alla cucina ha tanto da offrire: templi antichi, città moderne, parchi naturali e antiche opere d’ingegno ed arte come la Grande Muraglia cinese e l’esercito di terracotta di Xi’an.

Ni háo mondo, vi saluto per entrare nel Tibet e sentirci nella prossima puntata dall’Himalaya.

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Pechino
Ping Yao
Xi'an
Il Sichùan

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Una cartolina dalla Cina antica

Ping Yao

Tra una bottiglia di Tsing Tsao e l'altra, una delle prime sere passate a Pechino ero con alcuni architetti italiani che hanno trovato opportunità di lavoro presso la capitale cinese. D'un tratto chiedo loro quale potesse essere una meta non convenzionale e che mi permettesse di entrare in contatto con la vera Cina di un tempo. Diverse le opzioni proposte, ma una in particolare colse la mia sopita attenzione per una domanda che avevo posto più che altro per fare un po' di conversazione. Si trattava di Ping Yao, città nel mezzo tra Pechino e Xi'an, quest'ultima destinazione già fissata nell'itinerario per via dell'esercito di terracotta. Mi viene descritta come un bel complesso architettonico, ancora perfettamente conservato da centinaia di anni.

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Pechino per me....

Pechino

Il cielo si fa sempre più grigio e simile a quello della mia pianura padana. L’afa, anche quella, inizia a farmi sentire a casa. Si boccheggia a Pechino già alle 9 del mattino. L’aria è inquinata e ai primi respiri già te ne accorgi. Le polveri sottili qui sono generalmente quattro volte tanto quelle delle nostre soglie di guardia.
La popolazione qui ha la pelle più chiara rispetto ai Mongoli e sono più minuti.

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Mi chiamo Claudio, ho 36 anni, sono stato un bancario per caso, mentre sono sempre stato un viaggiatore per passione. Razionale, ma anche sognatore, amo la vita e credo fortemente che la stessa possa regalare alle persone che inseguono le proprie passioni le opportunità di realizzare i propri sogni.

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