Sono arrivato a Lhasa, la capitale del Tibet dopo due giorni di viaggio in treno da Chongquing. In questi due giorni mi è capitato di assaggiare diverse specialità cinesi, in quanto, essendo l’unico occidentale a bordo del vagone, non potevo in alcun modo rifiutare. Mi è capitato un episodio divertente: la prima sera mi viene offerto un uovo del centenario e l’imbarazzo è enorme poiché ha un aspetto disgustoso: è nero, con il tuorlo verde scuro. Si tratta di un uovo che viene preparato attraverso un particolare processo di fermentazione che impiega circa tre mesi in un composto di acqua, sale, carbone, e ossido di calcio. Ecco, ora immaginatevi la scena in cui mi viene insistentemente offerto quest’uovo che è una vera e propria primizia ai loro occhi. Ma la comunicazione è difficilissima e in qualche modo mi invento che non mangio uova perché mi fanno stare male. Un paio d’ore dopo un altro viaggiatore del vagone viene ad offrirmi una specie di omelette dall’aspetto davvero invitante, accetto di buon grado se non che l’altro passeggero, quello dell’uovo nero, mi impedisce di assaggiarla memore del fatto che non potevo, stando alla mia versione precedente, mangiare uova. Rispetto ai tre giorni in Transiberiana la differenza è proprio questa, non riesci a pianificare pranzi e spuntini in quanto questi ultimi sono dettati dai tuoi compagni di viaggio. Ho pertanto effettuato diverse iniezioni di insulina volte a correggere di volta in volta pranzo dopo pranzo, spuntino dopo spuntino. Il secondo giorno di viaggio vengo svegliato da un gran trambusto: il treno, chiamato anche il “treno delle nuvole” stava per oltrepassare il punto più alto della tratta ferroviaria ad oltre 4700 metri di altezza. I miei compagni di viaggio erano esaltati come fossero allo stadio. Il paesaggio fuori non rende assolutamente l’idea in quanto sembra una pianura simile a quella mongola, ma anziché verde, era gialla e marrone chiaro. L’Himalaya sale piano, si assesta su altopiani e poi arrivano i giganti, vette che superano ampiamente i 6000 metri, con quelle più alte come l’Everest a sfiorare i 9000 metri. Ti accorgi dell’altitudine grazie alle nuvole: qui il cielo è terso, finalmente l’inquinamento della Cina continentale è alle spalle, le nuvole sono bianche, grasse e bassissime. Sembra quasi di poterle toccare e allora sì che ci si sente in alto. L’altitudine si sente anche una volta arrivati a destinazione: il treno è pressurizzato mentre Lhasa è situata a 3650 metri sul livello del mare e il respiro è leggermente affaticato. Qui in Tibet vi è il rischio di sentirsi male a causa del mal di montagna (AMS o acute mountain sickness): si presenta solitamente con cefalea, nausea e vomito. Il diabete ovviamente era un’altra seccatura in quanto non mi era mai capitato di trascorrere una decina di giorni a queste altitudini. Avevo tuttavia ottenuto tutte le rassicurazioni del caso da parte del mio dottore e mi sono preoccupato di effettuare quanti più controlli possibile, tra questi una visita cardiologica prima di partire dall’Italia. Il diabete tuttavia non mi ha dato alcun problema, i valori erano nella norma. Purtroppo il sistema di monitoraggio continuo della glicemia l’avrei ricevuto solo una volta arrivato in Nepal, e in questi giorni tibetani sarebbe stato molto utile averlo con me per monitorare le reazioni all’altitudine. Il Tibet è permeato di un’aria di sacralità che si respira ovunque per le strade: monasteri, monaci, pellegrini ovunque. Mi ha ricordato tanto, per atmosfera, la città del vaticano e quel suo essere nel cuore di Roma, diversa da Roma. Ho passato i primi giorni a Lhasa, per acclimatarmi, e poi mi sono diretto verso il gigante per antonomasia: l’Everest. A Lhasa si mangia bene, il cibo tibetano è influenzato dai paesi vicini, India, Pakistan, Nepal e Cina, ma la cucina è meno saporita, più leggera e meno varia di quest’ultima. Uno dei motivi è soprattutto la scarsa produzione di materie prime in quanto il territorio non è bagnato dal mare, ed è quasi tutto composto da montagne sopra i 4000 mt. La dieta è quindi paragonabile a quella delle nostre valli agli inizi del novecento: i pasti sono semplici e frugali, composti da cereali, carne e latte, mentre le verdure non si trovano facilmente e sono solitamente importate dalla Cina. Ovviamente di tutta questa semplicità ne ha giovato il diabete con valori sempre nella norma privi di picchi eccessivi. L’unico problema si poneva con il cosiddetto Bo Cha, il Tè Tibetano, che è costituito da un infuso di foglie di tè verde che viene versato in una specie di zangola assieme a sale, bicarbonato, latte e burro di dri, la femmina dello yak. Il tutto viene mescolato energicamente in modo che il burro fonda e si emulsioni con il liquido. Solo allora il tè viene riversato in un bollitore che lo tenga caldissimo. Il risultato è una bevanda brodosa, molto grassa e salata, che lascia una patina di unto sulle pareti interne della bocca, dal sapori per niente gradevole. I Tibetani lo offrono a qualsiasi ora e per qualsiasi occasione, e diventa spesso impossibile rifiutare una bevuta. Probabilmente a causa del burro presente, la glicemia spesso si alzava e dovevo insistere molto per non berne più di una tazza creando un piccolo imbarazzo che prontamente risolvevo spiegando la situazione con un sorriso, la migliore forma di comunicazione. Il giorno del mio compleanno ero a 5400 metri di altezza e mi sono regalato una delle viste più emozionanti di sempre, l’Everest: che imponenza e quanta forza in quella montagna avvolta dalle nubi che da un lato incute timore e rispetto, dall’altra voglia di sfidarla e conquistarla. Non è tuttavia nei miei piani salire oltre il campo base situato a 5400 metri sul livello del mare così il giorno dopo mi dirigo verso il confine nepalese: il primo confine che finalmente attraverserò a piedi su un piccolo ponte, il “ponte dell’amicizia” . Questo è un passaggio importante nella mia avventura poiché è il primo visto fatto direttamente in loco dopo aver oltrepassato i confini precedenti sempre su di un treno. A Kathmandu non si risente più del problema dell’altitudine, l’aria è più umida e siamo in attesa del monsone. Le montagne intorno sono verdi e lussureggianti, qui la verdura è ampiamente coltivata, il settore primario la fa da padrone all’interno dell’economia nepalese. Le verdure, la frutta, i legumi, i cereali ed il riso sono diventati i miei compagni di viaggio in quanto da quando sono arrivato in Nepal sto seguendo mio malgrado una dieta vegetariana. Ho infatti deciso di investire un mese del mio viaggio intorno al mondo per aiutare un’associazione a prendersi cura di un orfanotrofio nella Kathmandu valley, a circa due ore dalla capitale. I miei compagni di casa son vegetariani e nel villaggio la carne, di qualunque tipo, è un lusso tale che nessuno la vende. Inoltre ceno spesso in orfanotrofio con i bimbi e qui si mangia sempre solo ed esclusivamente Dal Bat, ovvero riso bollito con verdure e una zuppetta. Per ora il diabete ne ha tratto enormi benefici, ho ridotto le unità di insulina e i valori glicemici, ora monitorati nuovamente dal sistema di monitoraggio continuo speditomi dall’Italia, confermano buona stabilità e intervalli nella norma. Ovviamente ciò non è dipeso unicamente dall’abbandono di carne, quanto dallo stile di vita sano in campagna e dalla dieta basica ricca di cereali e verdure. Cerco di non farmi mancare legumi, ottima fonte di proteine, uova e un po’ di formaggio. Qui ci si saluta con “Namastè” il cui significato letterale è “saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te”: mi sembra un saluto bellissimo e quindi vi lascio così prima della prossima avventura in India. Namastè mondo! Leggi l'articolo completo su Diabete.com Guarda i video su Youtube: Lhasa L'appuntamento con l'Everest Kathmandu Human Traction Il trekking di fronte all'Annapurna
Con il mio giro del mondo senza aerei ho raggiunto la Cina e qui mi sono fermato circa tre settimane, attraversando le regioni di Pechino, dello Shaanxi, del Sichùan ed infine mi appresto proprio in questi giorni ad entrare in Tibet. Arrivare in Cina dalla Mongolia è stato un impatto molto forte soprattutto per aver lasciato i cieli tersi e l’aria pulita della terra di Gengis Khan in favore dell’inquinamento delle metropoli cinesi, nelle quali si fatica davvero a respirare. Il clima è simile a quello della mia pianura padana: inverni freddi ed umidi, estati calde e con l’afa persistente. Tuttavia ho ritrovato elementi importantissimi dell’alimentazione, ormai dimenticati in Russia e Mongolia, come la frutta fresca, in Cina addirittura si trova quotidianamente a prezzi accessibili quella tropicale, e la verdura. Già a Pechino ogni quartiere ha il suo mercato ed approvvigionarsi di questi alimenti è facile ed economico. In tutta la Cina tuttavia questi mercati sono dappertutto e la scelta è davvero ben assortita. Un capitolo a parte merita tuttavia l’intera cucina cinese, che non ha niente a che vedere con quella unta, fritta e dolciastra che siamo soliti mangiare nei ristoranti cinesi in Italia. Qui l’alimentazione è molto varia e, come a casa nostra, cambia radicalmente da città a città. Le abitudini stesse sono molto diverse in quanto i cinesi non sono soliti cucinare in casa in quanto le loro abitazioni sono piccole e modeste, la cucina è spesso sacrificata ed i loro piatti sono composti da ingredienti che lasciano odori intensi come il pesce, l’aglio, la cipolla. Ne risulta che mangiano sempre fuori casa, rendendo il pranzo o la cena un vero e proprio momento sociale. Ne giova la varietà dell’offerta e l’economicità della stessa in quanto è possibile sfamarsi con pochi euro grazie ai vari ristoranti “street food” così come concedersi per poche decine di euro una sofisticata cena al ristorante a base di anatra alla pechinese o pesce fresco e prelibato. Dal punto di vista del diabete tuttavia non è stato tutto semplice per diversi motivi. Innanzitutto durante gli ultimi giorni in Mongolia, a causa di un difettoso cavo di alimentazione la mia macchinetta per il controllo continuo della glicemia è andata in tilt e, in attesa di una nuova spedita dall’Italia, son dovuto tornare ad utilizzare il mio vecchio glucometro. Niente di preoccupante, sono cose che possono capitare e che avevo messo in conto, se non che l’altro strumento mi avrebbe permesso di gestire meglio l’incognita dei cibi qui in terra d’oriente. Sí, perché sebbene nella maggior parte dei casi si trattava di pietanze squisite e complete, al momento dell’ordinazione occorreva affidarsi al caso o al massimo a qualche foto sui menu. Pertanto, onde evitare fastidiose e pericolose ipoglicemie, visto che viaggio in solitaria e quindi i miei compagni di viaggio solo casuali ed improvvisati a cui non posso sempre spiegare di essere diabetico, ho sempre optato per una somministrazione di insulina leggermente inferiore per poi eventualmente correggere in base a quello che effettivamente mi veniva servito e alla quantità dello stesso. Per aiutarmi in tutto questo ho fatto una scheda sim cinese e mi tenevo costantemente in contatto, fusi orari permettendo, con il mio dottore, il dott.Stefano Genovese del gruppo Multimedica di Milano, e con la dott.ssa Alessandra Bosetti, nutrizionista dell’ospedale Sacco, sempre di Milano, con i quali, grazie a whatsapp e mail riuscivo prontamente a ricevere aiuto nella valutazione dei cibi che consumavo. La cucina cinese si basa essenzialmente su pietanze bollite, e quindi servite all’interno di fumanti e profumatissime zuppe oppure saltate nelle loro tipiche padelle chiamate wok. Entrambi i metodi di cottura aiutano i cibi a non essere troppo difficili da digerire in quanto anche nel caso delle pietanze saltate in padella, gli ingredienti vengono cotti per pochi minuti viste le altissime temperature raggiunte dalle stesse. Aiutano nella gestione alimentare del diabete, il riso, onnipresente, così come i noodles che sono simili ad i nostri spaghetti o tagliatelle e possono essere di farina, di riso, o all’uovo, e i ravioli cucinati al vapore, solitamente ripieni di carne e verdura, anch’essi dappertutto. Particolare attenzione va prestata ai fritti, che sono meno comuni, ma comunque molto diffusi in quanto spesso l’olio usato non è di girasole, bensì di palma, alquanto nocivo. Personalmente dopo i primi giorni di ambientamento, pranzavo leggero con del riso e verdure saltate, mentre a cena mi concedevo un piatto di carne o pesce, spesso accompagnato da noodles per poter essere tranquillo con l’insulina somministrata. E la colazione? Qui amano la colazione salata e consiste in pane bianco cotto al vapore, morbidissimo, ripieno di carne o verdure. Ad ogni modo credo che le difficoltà maggiori in Cina risiedano nella difficoltà di capire cosa è realmente contenuto nel piatto e quindi come comportarsi di conseguenza con i dosaggi poiché è un paese completamente sviluppato dove ad ogni angolo non mancano supermercati o piccoli rivenditori con tutto a disposizione per ogni esigenza. Quindi se dal punto di vista dell’alimentazione la Cina non presenta grosse problematiche per una persona diabetica, vi sono altre considerazioni da tenere ben presenti. Innanzitutto le scarse condizioni igieniche: nelle grandi città spesso i locali ed i ristoranti sono sprovvisti dei bagni e occorre servirsi di quelli pubblici per strada, diffusissimi,ma le cui condizioni igieniche lasciano a desiderare. Vi lascio immaginare come può essere la situazione nelle città più piccole. Inoltre i grossi problemi linguistici per cui può essere importante munirsi di un biglietto scritto in ideogrammi per avvertire in caso di malori la nostra patologia. Ultima cosa, non meno importante, se si viaggia low budget come il sottoscritto occorre tenere presente che negli ostelli non è prevista la cucina comune, ma spesso è offerto un servizio di ristorante. Al fine della conservazione dell’insulina sarà importante verificare sempre la presenza di almeno un frigorifero in cui poterla riporre durante il periodo di permanenza. Con le dovute accortezze la Cina è pertanto un posto assolutamente consigliato da visitare anche perché oltre alla cucina ha tanto da offrire: templi antichi, città moderne, parchi naturali e antiche opere d’ingegno ed arte come la Grande Muraglia cinese e l’esercito di terracotta di Xi’an. Ni háo mondo, vi saluto per entrare nel Tibet e sentirci nella prossima puntata dall’Himalaya. Leggi l'articolo completo su Diabete.com Guarda i video su Youtube: Pechino Ping Yao Xi'an Il Sichùan
La Transiberiana, la Siberia e la Mongolia Il mio viaggio intorno al mondo sta procedendo e mi trovo alle porte della Cina su un treno che da Ulan Batoor mi sta portando a Pechino. Ho vissuto tre giorni in transiberiana, chiuso in un treno per 77 ore, per oltre 5000 chilometri attraverso 5 diversi fusi orari. La gestione del diabete in questo viaggio è stata piuttosto semplice dal punto di vista alimentare, il vagone ristorante offre pietanze molto care e scarse, oltre che di dubbio gusto. Mi sono pertanto organizzato partendo da Mosca con il relativo “kit di sopravvivenza”: noodles liofilizzati, scatolette di tonno, pane, formaggio e un paio di vaschette di salumi locali oltre a frutta come mele e banane. In ogni vagone è presente una sorta di distributore di acqua calda, utilissimo per prepararsi thé e caffè oltre che le zuppe di noodles che in questi casi sono dei veri e propri toccasana. La glicemia è andata bene, priva di picchi alti o bassi e l’unico relativo problema era adeguare il corpo ai nuovi fusi orari, anticipando giorno per giorno l’iniezione di insulina a lungo effetto. Se vi capitasse di viaggiare in transiberiana e volete gustare le pietanze tipiche di questo treno tenete conto che il vagone ristorante effettua servizio secondo gli orari di Mosca, pertanto se siete in Siberia e volete cenare verso le otto di sera lo troverete chiuso da almeno tre ore. Arrivato in Siberia sono stato accolto da una temperatura mite durante il giorno e prossima allo zero di notte, ma con un sole splendente. Ho visitato Irkutsk, la “Parigi” della Siberia: un paragone piuttosto azzardato, si tratta di una città industriale, ai margini di un fiume, con tipiche case in legno ormai in rovina e strade dedicate allo shopping europeo invece ben curate. Qualche monumento dedicato a Marx e a Lenin e niente di più. Così, dopo aver sbrigate alcune faccende burocratiche all’ambasciata mongola per ottenere il visto che mi verrà consegnato tre giorni dopo, decido di avventurarmi sul lago Baikal, a quattro ore dalla città. Fortunatamente qui lo spettacolo della natura è bellissimo e mi permette di comprendere meglio la Siberia stessa. Si tratta di una delle riserve di acqua dolce più importanti del pianeta con i suoi oltre 1600 metri di profondità e 660 chilometri di ampiezza da nord a sud. L’isola di Olkhom, dove alloggio in una tipica guesthouse, è meravigliosa, la natura è assolutamente padrona e le case del villaggio, come quelle di Irkutsk, sono fatte di legno con tetti coloratissimi, ma almeno qui non cadono a pezzi. La proprietaria di casa cucina per gli ospiti e la dieta prevede carne stufata, cetrioli e riso. In questa zona i cetrioli sono buonissimi e sono un ottimo alimento, ricco di acqua. Al mattino mi viene servita una torta di pasta ripiena di carote, immangiabile, così ripiego su un po’ di frutta e biscotti. La principale attrattiva è un trekking di un paio d’ore verso una roccia sciamanica affacciata sul lago, la vista che si può scorgere è davvero meritevole e un po’ di sana attività fisica è quello che ci vuole. Fatto rientro ad Irkutsk e ottenuto il visto mongolo, prendo il treno per Ulan Batoor per altre 27 ore di viaggio. Solita scorta di cibo, stavolta minore visto che dura un terzo della transiberiana e nessun problema con i fusi orari dato che in Mongolia c’è una sola ora di differenza. Arrivato ad Ulan Batoor, grazie ad accordi presi via mail con l’ostello di destinazione riesco a partire immediatamente per un tour nella zona continentale del paese di quattro giorni. Visito il parco di Terelji e il deserto di Gobi. La notte si dorme nelle Ger mongole, tipiche tende circolari bianche utilizzate dai nomadi pastori. La notte fa veramente freddo e ci si riscalda con una stufa in ghisa all’interno della tenda alimentata d legno e sterco di animali vari che popolano la zona. Proprio questi animali sono a migliaia, tutti allo stato brado: capre, mucche, yak, cammelli e cavalli. E poi aquile, condor, falchi. Qui la natura è davvero protagonista assoluta, l’elettricità quando c’è è a scarso voltaggio ed insufficiente per caricare i nostri apparecchi tecnologici. In compenso i paesaggi sono incredibili: verdi e morbide colline con all’orizzonte montagne ancora innevate, fiumi, cascate, laghi. E poi anche pietre, polvere, sabbia: il deserto di Gobi. Difficilmente ho visto paesaggi così incontaminati e mutevoli, la Mongolia resterà nel mio cuore. Per quanto riguarda il diabete le lunghe passeggiate a cavallo, i trekking e la vita in generale all’aria aperta ha aiutato le glicemie a restare quasi sempre nella norma, un’attenzione particolare va riservata al cibo in quanto non vi è verdura o frutta, i piatti sono tutti a base di montone, riso e patate. Ottimo lo yogurt artigianale di capra, da provare, ma attenzione, è carico di zucchero, purtroppo l’ho scoperto solo dopo. Ora mi aspetta la Cina, dove la cultura è completamente diversa dalla nostra così come la cucina. Recupererò almeno qualche verdura e frutto in più e abbandonerò definitivamente il pane in favore del riso. Non vedo l’ora di arrivare, ciao mondo! Leggi l'articolo completo su Diabete.com Guarda i video su Youtube: The Transiberian Experience La Siberia La Mongolia
Mancano solo due giorni.
Probabilmente domani non riuscirò a pubblicare niente, preso come sono da questi ritmi frenetici prima di partire. Pazientate.
L'insulina... l'unica differenza tra me ed un qualsiasi altro viaggiatore in giro per il mondo. Come si traduce questa differenza? Innanzitutto senza l'insulina non sopravviverei a lungo, pertanto è ciò che ho di più importante nel mio zaino.
Per prima cosa una considerazione che è valida per tutto quello che è assolutamente indispensabile per il cammino: preservarsi dai rischi diversificando il più possibile i rischi stessi. Il primo rischio assoluto è essere derubati: per diversificare il più possibile viaggerò con tre diverse scorte di insulina in tre diversi posti: avrò una scorta pari a circa sei mesi nello zainone, un'altra di circa tre mesi nello zainetto e quella di tre settimane nel marsupio. In questo modo ho diversificato al massimo il rischio consentendomi in caso di furto di poter avere il tempo di organizzare una spedizione dall'Italia, trovarla in loco oppure ahimè rientrare e fallire l'impresa.
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