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100 giorni di diabete in giro per il mondo

100 giorni di diabete in giro per il mondo
EnglishCento giorni in giro per il mondo con il mio compagno di viaggio da una vita: il diabete. Si è comportato bene, non mi ha fatto dannare. Grazie al dott. Genovese, responsabile dell’u.o. di diabetologia e malattie metaboliche dell' IRCCS Multimedica di Milano, che mi segue dall’inizio dell’avventura, alla mia partenza mi è stato fornito un apparecchio per il monitoraggio continuo della glicemia Abbott Freestyle Navigator che genera un grafico chiamato AGP rivelatosi molto utile. Il grafico riporta i dati di 14 giorni di misurazioni in un giorno “tipo” (lo strumento misura la glicemia ogni minuto). Si possono vedere la mediana delle glicemie e due aree, una in blu più scuro che include i valori dal 25° a l 75° percentile che rappresenta la variabilità della glicemia, e una più chiara che include i valori dal 10° al 90° percentile, ovvero i valori eccessivi sia verso l’alto sia verso il basso.Sono partito che pesavo circa 81 chilogrammi e con una emoglobina glicata pari a 7,6 in discesa rispetto all'ultimo controllo. Il mio profilo glicemico vedeva una mediana buona, ma migliorabile, con picchi soprattutto dopo cena, a causa dei troppi “saluti” prima della partenza. Inoltre tale profilo era dovuto alla mia vita bancaria di allora e difatti sedentaria.A tal proposito il dott. Genovese commentava: "Oltre ai picchi glicemici alla sera dopo cena chedeterminavano un aumento della mediana anche durante la notte, era eccessiva la variabilità glicemica al mattino"Già poche settimane dopo la partenza avevo visto i primi miglioramenti e soprattutto un profilo glicemico diverso rispetto al passato. Avevo aumentato l'attività fisica camminando tanto tutti i giorni, inoltre stavo cambiando le mie abitudini alimentari in virtù del viaggio: ora la colazione non era più dettata da tempi serrati e potevo permettermene una molto più abbondante e varia, privilegiando uova con pane tostato e un succo d'arancia. I pranzi sono diventati più leggeri e mai ad orario fisso, dando priorità alle tempistiche dettate dal viaggio rispetto alla fame. La sera invece mi sono spesso concesso un piatto locale tipico che fosse il più completo possibile. In Russia ogni menù presentava, oltre al prezzo e alla descrizione del cibo, il suo peso, pertanto gestire il diabete e le glicemie é stato quasi un gioco da ragazzi. Ero all'inizio del viaggio, con l'entusiasmo alle stelle, sono sempre stato in forma ed elettrizzato quindi mi concedevo spesso la sera una birretta.Ancora una volta ecco il commento del dott. Genovese: "La mediana delle glicemie alla seraera elevata anche se con meno variabilità!Le colazioni forse erano un po’ troppo ricche di carboidrati e diverse una dall’altra perché c’erano mediana e variabilità elevate a metà mattina" In Mongolia, a causa di un cavo di alimentazione difettoso mi è andato in tilt l'apparecchio per il monitoraggio continuo della glicemia e così sono dovuto tornare alle vecchie misurazioni manuali.Sono arrivato in Cina dopo circa venti giorni e qui l'incognita più grande è stata la scelta dei cibi e comprenderne la loro composizione. Ho ordinato spesso a caso dai menù dei ristoranti e quindi ho dovuto gestire le glicemie con correzioni post prandiali in virtù degli eventuali aumenti glicemici. In Cina con le sue incognite riguardanti il cibo l'apparecchio per il monitoraggio continuo sarebbe tornato molto utile. Il cibo era molto vario e spesso squisito, inoltre ho ritrovato finalmente la frutta e la verdura fresca, dimenticate in Mongolia e in Russia. La dott.ssa Bosetti, nutrizionista all’Ospedale Sacco di Milano, con cui sono sempre stato in contatto costante grazie a whatsapp e mail mi ha dato una grossa mano per valutare i cibi e i relativi indici glicemici. Sono riuscito a mantenermi su buoni livelli anche se talvolta la variabilità è stata troppo elevata. Fortunatamente si trovavano spesso i noodles che sono simili ai nostri spaghetti, tante zuppe gustose e riso al vapore.Dopo circa quaranta giorni sono arrivato in Tibet la cui incognita più grande è stata l'altitudine in quanto ero costantemente sopra i 4000 metri, ma il diabete non pare averne risentito affatto. Ecco il commento del dott.Genovese al riguardo: "Il diario delle glicemie mostrava troppe ipoglicemie post-prandiali ed eccessiva variabilità soprattutto al mattino al risveglio. Invece prima di cena le glicemie erano più stabili" In Nepal invece mi sono fermato due mesi  per prestare servizio in un orfanotrofio. Mi trovavo in in un piccolo villaggio ai piedi del parco naturale di Shivapuri a circa due ore dalla capitale Kathmandu. Qui la mia vita è diventata rurale e basica, così come l'alimentazione. Vista la difficoltà a procurarsi della carne che al villaggio era un vero e proprio lusso sono diventato vegetariano, complici anche i miei compagni di casa i quali lo erano già da diversi anni. Tante verdure di stagione come verza, pomodori, cetrioli, melanzane e peperoni. Mango, mele e banane come frutta. La sera eravamo soliti mangiare in orfanotrofio e si trattava sempre di Dal Bhat, ovvero riso bollito con verdure stufate e zuppetta di legumi. Proprio i legumi si sono rivelati una piacevole scoperta. A colazione riuscivo sempre a cucinarmi due uova mentre a pranzo spesso era l’occasione per un po' di pasta all'italiana! Alcolici e carne eliminati, oltre a grassi condimenti e fritti.In Nepal ho recuperato l'apparecchio per il monitoraggio continuo della glicemia che prontamente mi era stato spedito dal Abbott Italia.I profili glicemici evidenziavano una mediana migliore anche se le glicemie apparivano ancora un po' troppo variabili. Purtroppo il cibo dell'orfanotrofio è molto basico e spesso di cattivo gusto quindi mi capitavano lievi ipoglicemie serali che ho corretto eccessivamente onde non incorrere in fastidiose ipoglicemie notturne.In questo caso il dott.Genovese commentava: "Una mediana delle glicemie più bassa, ma tanta variabilità imputabile a una difficile gestione dei boli di insulina rapida" Mi sono asciugato molto e ho scoperto di aver perso circa 6 chilogrammi dalla partenza. I dosaggi di insulina sono diminuiti di circa il 30% e mi sentivo in gran forma. Ho quindi effettuato un trekking impegnativo sull'Annapurna, ma riuscendo a gestire le glicemie molto bene proprio grazie al sistema di monitoraggio continuo che mi avvisava per tempo di eventuali cali glicemici a cui rimediavo con degli ottimi chapati e frutta fresca. La difficoltà più grande avuta in questi primi giorni è stata tuttavia il corso di meditazione Vipassana effettuato tra il novantesimo ed il centesimo giorno. Si è trattato di un corso durissimo in cui si arrivava a meditare fino a 14 ore al giorno. Vigeva la regola del silenzio nobile ovvero il divieto di parlare o di comunicare in qualsiasi altro modo. Non ho potuto pertanto gestire il diabete con sensori e apparecchio poiché avrebbero distratto la meditazione. Ho optato quindi per il ritorno alle misurazioni manuali e ad una scorta di zucchero sempre in tasca. Non sono riuscito ad accordarmi col dottore per una terapia ad hoc a causa delle scarse connessioni internet e per il divieto di avere con se strumenti di comunicazione. Mi sono pertanto armato di buon senso e attenzioni.La sveglia era alle 4 del mattino, ma la colazione veniva servita alle 6,30. Alle 11 vi era l'unico pranzo della giornata poiché non era prevista cena, ma solo una piccola merenda composta da frutta e riso soffiato alle 5 del pomeriggio. La paura delle ipoglicemie notturne era tanta pertanto i primi giorni mi sono mantenuto molto basso con i dosaggi, probabilmente troppo poiché avevo scordato che, a causa della meditazione, non avrei compiuto alcuna attività fisica durante il giorno. Se con il pranzo ero ampiamente rodato in quanto sempre Dal Bhat, la colazione era tutti i giorni diversa e basata essenzialmente su cereali bolliti e zuppe di legumi. Ho scoperto che il riso bollito nel latte è buonissimo, ma non fa bene al diabete, quella mattina glicemia alle stelle!! Dopo i primi giorni di ambientamento  a variabilità elevata ho trovato il mio equilibrio e sono riuscito a portare a termine il corso con successo. Essendo una meditazione basata sull'osservazione delle sensazioni nel corpo ho trovato facilità nel fare progressi quotidiani proprio grazie al diabete e al fatto che da ben 24 anni sono abituato ad ascoltare il mio corpo per prevenire e gestire ipo e iper glicemie. Infine tal proposito il dott. Genovese commentava: "Dopo il corso di meditazione una buona mediana delle glicemie durante il giorno fino alle prime ore della notte con tendenza al rialzo nelle prime ore del mattino.Molto ridotta la variabilità glicemica."Arrivato al centesimo giorno le glicemie erano molto meno varie e la mediana si è confermata buona. Confido pertanto in un costante miglioramento dei miei valori glicemici nel prosieguo della mia avventura.Il viaggio in solitaria implica inevitabilmente maggiori attenzioni e soprattutto un dialogo costante con il proprio corpo. Aiuta a tenere presente molti aspetti legati all'alimentazione e il cambio delle abitudini non solo alimentari. Ritengo che alcune iperglicemie siano dovute proprio al fatto di evitarsi fastidiose ipoglicemie di difficile gestione quando si è soli "sulla strada". Questo sistema di monitoraggio continuo mi ha aiutato tuttavia tantissimo e ha semplificato la gestione quotidiana del mio compagno di viaggio. ***************************I spent over one hundred days around the world with my lifelong travelling companion: the diabetes. It behaved well. I never had any serious problem. Thanks to dr. Genovese - head of the diabetes and metabolic diseases U.O. at Multimedica IRCCS in Milan - who has been monitoring me since the beginning of this adventure, I was provided with a Abbott Freestyle Navigator device for continuous glucose monitoring, which turned out to be very useful. It generates a graph called AGP: the graph shows the data of 14 days of measurements in a day "type" (the instrument measures the blood glucose levels every minute). There is a median blood glucose and two areas, one in a darker blue that includes the values ​​from the 25th to 75th percentile represents the variability of blood glucose, and a lighter one that includes the values ​​from the 10th to the 90th percentile: the excessive values ​​either upward or downward.I left Italy in May. I weighted about 81 kilograms and I had a glycated hemoglobin value of 7.6, which was already decreased if compared to the one I had during the latest control. The median of my glycemic profile was good, but it could have been better. There were too many peaks, especially after dinner because of the too many "greetings" I did before my departure. Furthermore, this profile was caused by my sedentary life in the bank where I worked.In this regard, Dr. Genovese commented: "In addition to blood sugar high levels in the evening after dinner determined an increase in the median during the night, there was excessive glycemic variability in the morning"Just after a few weeks since I left, I noticed an initial improvement. In particular, my glycemic profile was different from the one I had in the past. As I was increasing physical activity by walking so much every day, I was also changing my eating habits by virtue of my journey. My breakfast was no longer impacted by a frenetic schedule and I was able to have a more generous and various meals. My favourite one was eggs with toast and orange juice. At lunch, my meals became lighter and there were never at the same time as I was privileging my journey schedule rather than my own hunger. In the evening, I often allowed myself a typical local dish that would be as complete as possible. In Russia, in addition to the price and the description, every menu presented the food weight. Consequently, it was very easy to manage diabetes and blood sugar levels. At the time, I was at the beginning of my trip. My enthusiasm was through the roof. I was always in shape and thrilled, and I drank some beer in the evening at times.Once again, here is the comment of dr. Genovese: "The median blood glucose in the evening was high although with less variability! Breakfasts were perhaps a bit too rich in carbohydrates and different from each other because there were middle and high variability in the mid-morning "When I was in Mongolia, the device for continuous glucose monitoring went haywire due to a faulty cable. For this reason, I had to go back to the old fashion of manual measurements. When I arrived in China after twenty days, the biggest problem I had was the choice of food and understanding their ingredients. I often ordered at random from the restaurants’ menus. As a consequence, I had to manage post-prandial blood sugar levels and adjust them by making corrections when they would increase too much. In China, the monitoring device would be very useful because of the uncertainties I experienced with food. There was instead food of all sorts, which was often delicious. Besides, I finally had fresh fruits and vegetables, which I had not found in Mongolia and Russia.I was always in touch via email and whatsapp with dr. Bosetti, a nutritionist of the Sacco Hospital of Milan. She helped me a lot with food evaluation and its glycemic indexes. I managed to keep myself at a good level. Although, the variability was too high at times. Fortunately, it was easy to find noodles, which are similar to our spaghetti, as well as a lot of tasty soups and steamed rice. After about forty days, I arrived in Tibet. Its altitude caused the greatest uncertainty, as I was constantly over 4000 meters. And yet, my diabetes did not seem to be affected by it.Here is the comment of dr.Genovese in this regard: "The diary of blood sugar levels showed too many post-prandial hypoglycemia and excessive variability especially in the morning when Claudio wake up. Instead pre-dinner blood sugar levels were more stable"I stayed two months in Nepal to help an NGO in an orphanage. I lived in a small village close to the Shivapuri national park, just two hours away from the capital Kathmandu. There, my life became rural and basic, so did my diet. Given the difficulty in obtaining meat, which was a real luxury in the village, I became vegetarian, also because of my housemates, who had been vegetarian for several years already. It was easy to find many seasonal vegetables such as cabbage, tomatoes, cucumbers, eggplants and peppers. Also, it was easy to find fruit like mango, apples and bananas. In the evening, we used to eat in the orphanage and every single dinner was based of Dal Bhat, that is, boiled rice with stewed vegetables served with a soup made of beans. I discovered how tasty and healthy legumes are. At breakfast, I was always able to cook two eggs, while lunch often presented the occasion for some Italian pasta! I never drunk alcohol or ate meat and I limited the use of fried and fatty condiments. There, in Nepal, I recovered the device for continuous glucose monitoring that was promptly shipped to me from Italy. Blood glucose profiles showed better blood sugar levels, although they still appeared as a bit too variable. Unfortunately, at the orphanage the food was too basic and often not very good. For this reason, in the evening, my glucose level was often too low and I had to excessively correct it in order to avoid annoying nocturnal hypoglycemia. In this case, dr.Genovese commented: "A median of blood sugar levels lower, but a lot of variability attributable to a difficult management of fast insulin boluses "During this period I became lean. I found out I had lost about 6 kg since my departure. The insulin dosages decreased of about 30% and I felt really good. Afterwards, I made a difficult trekking in the Annapurna. And yet, I handled it very well thanks to the continuous monitoring system. It warned me on time about any low blood sugar drop, which I remedied with excellent chapatis and fresh fruit. During these first hundred days, the greatest difficulty was the Vipassana meditation course, which I attended between the ninetieth and the hundredth day of my journey. It was a tough course in which I practiced meditation for up to 14 hours a day. There was only one significant rule: the noble silence, which is the prohibition to speak or communicate in any other way. Consequently, I was not able to manage diabetes with sensors and my equipment as it would have distracted the meditation. Therefore, I decided to go back to manual measurements and to carry a supply of sugar in my pocket. I did not succeed in agreeing with my doctor on a special therapy because of poor Internet connections and because of the prohibition of having any means of communication. Therefore, I armed myself with common sense and attention. The wake up call was at 4 AM in the morning, but breakfast was served only at 6:30AM. Lunch was at 11 AM. There was no planned dinner, but only a small snack consisting of fruit and puffed rice at 5 PM. Therefore, I was very afraid of nocturnal hypoglycemia during the first few days and I keep my dosages very low. They were probably too much low as I forgot that I would have not done any physical activity during the day because of the meditation. I was already used to eat Dal Bhat, which I had for lunch every day, but breakfast was always different and mainly based on cereals and boiled soups. I discovered that while I liked the porridge, it was not good for diabetes. The glucose increased too much the morning I ate it!After the first few days of acclimatization to high variability, I found my balance and I was able to complete the course successfully. As the meditation was based on the observation of body sensations, I found it easier to make daily progress thanks to the diabetes itself and to the fact that for 24 years I have been used to observe my body sensations in order to prevent and manage hypo and hyper blood sugar levels. Finally this regard Dr. Genovese commented: "After the meditation course there was a good median blood sugar levels throughout the day until the wee hours of the night with the upward trend in the early hours of the morning. Much reduced glycemic variability."Once I arrived to the hundredth day, my blood sugar levels were much less varied and the median was good again. Therefore, I am confident that my blood glucose levels will progressively improve during the rest of my adventure. A solo journey inevitably means being more attentive and, above all, engaging in a constant dialogue with my body. It helps me to keep in mind many aspects related to food and changing habits that are not only related to my diet. I think some hyperglycemia is due precisely to the fact that I want to avoid troublesome hypoglycemia, which would be difficult to manage when I am alone "on the road". However, this continuous monitoring system has helped me a lot and has simplified the daily management of my travelling companion.
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L'Himalaya: Tibet e Nepal

Mt Everest

Sono arrivato a Lhasa, la capitale del Tibet dopo due giorni di viaggio in treno da Chongquing. In questi due giorni mi è capitato di assaggiare diverse specialità cinesi, in quanto, essendo l’unico occidentale a bordo del vagone, non potevo in alcun modo rifiutare. Mi è capitato un episodio divertente: la prima sera mi viene offerto un uovo del centenario e l’imbarazzo è enorme poiché ha un aspetto disgustoso: è nero, con il tuorlo verde scuro. Si tratta di un uovo che viene preparato attraverso un particolare processo di fermentazione che impiega circa tre mesi in un composto di acqua, sale, carbone, e ossido di calcio. Ecco, ora immaginatevi la scena in cui mi viene insistentemente offerto quest’uovo che è una vera e propria primizia ai loro occhi. Ma la comunicazione è difficilissima e in qualche modo mi invento che non mangio uova perché mi fanno stare male. Un paio d’ore dopo un altro viaggiatore del vagone viene ad offrirmi una specie di omelette dall’aspetto davvero invitante, accetto di buon grado se non che l’altro passeggero, quello dell’uovo nero, mi impedisce di assaggiarla memore del fatto che non potevo, stando alla mia versione precedente, mangiare uova. Rispetto ai tre giorni in Transiberiana la differenza è proprio questa, non riesci a pianificare pranzi e spuntini in quanto questi ultimi sono dettati dai tuoi compagni di viaggio. Ho pertanto effettuato diverse iniezioni di insulina volte a correggere di volta in volta pranzo dopo pranzo, spuntino dopo spuntino. Il secondo giorno di viaggio vengo svegliato da un gran trambusto: il treno, chiamato anche il “treno delle nuvole” stava per oltrepassare il punto più alto della tratta ferroviaria ad oltre 4700 metri di altezza. I miei compagni di viaggio erano esaltati come fossero allo stadio. Il paesaggio fuori non rende assolutamente l’idea in quanto sembra una pianura simile a quella mongola, ma anziché verde, era gialla e marrone chiaro. L’Himalaya sale piano, si assesta su altopiani e poi arrivano i giganti, vette che superano ampiamente i 6000 metri, con quelle più alte come l’Everest a sfiorare i 9000 metri. Ti accorgi dell’altitudine grazie alle nuvole: qui il cielo è terso, finalmente l’inquinamento della Cina continentale è alle spalle, le nuvole sono bianche, grasse e bassissime. Sembra quasi di poterle toccare e allora sì che ci si sente in alto. L’altitudine si sente anche una volta arrivati a destinazione: il treno è pressurizzato mentre Lhasa è situata a 3650 metri sul livello del mare e il respiro è leggermente affaticato. Qui in Tibet vi è il rischio di sentirsi male a causa del mal di montagna (AMS o acute mountain sickness): si presenta solitamente con cefalea, nausea e vomito. Il diabete ovviamente era un’altra seccatura in quanto non mi era mai capitato di trascorrere una decina di giorni a queste altitudini. Avevo tuttavia ottenuto tutte le rassicurazioni del caso da parte del mio dottore e mi sono preoccupato di effettuare quanti più controlli possibile, tra questi una visita cardiologica prima di partire dall’Italia. Il diabete tuttavia non mi ha dato alcun problema, i valori erano nella norma. Purtroppo il sistema di monitoraggio continuo della glicemia l’avrei ricevuto solo una volta arrivato in Nepal, e in questi giorni tibetani sarebbe stato molto utile averlo con me per monitorare le reazioni all’altitudine. Il Tibet è permeato di un’aria di sacralità che si respira ovunque per le strade: monasteri, monaci, pellegrini ovunque. Mi ha ricordato tanto, per atmosfera, la città del vaticano e quel suo essere nel cuore di Roma, diversa da Roma. Ho passato i primi giorni a Lhasa, per acclimatarmi, e poi mi sono diretto verso il gigante per antonomasia: l’Everest. A Lhasa si mangia bene, il cibo tibetano è influenzato dai paesi vicini, India, Pakistan, Nepal e Cina, ma la cucina è meno saporita, più leggera e meno varia di quest’ultima. Uno dei motivi è soprattutto la scarsa produzione di materie prime in quanto il territorio non è bagnato dal mare, ed è quasi tutto composto da montagne sopra i 4000 mt. La dieta è quindi paragonabile a quella delle nostre valli agli inizi del novecento: i pasti sono semplici e frugali, composti da cereali, carne e latte, mentre le verdure non si trovano facilmente e sono solitamente importate dalla Cina. Ovviamente di tutta questa semplicità ne ha giovato il diabete con valori sempre nella norma privi di picchi eccessivi. L’unico problema si poneva con il cosiddetto Bo Cha, il Tè Tibetano, che è costituito da un infuso di foglie di tè verde che viene versato in una specie di zangola assieme a sale, bicarbonato, latte e burro di dri, la femmina dello yak. Il tutto viene mescolato energicamente in modo che il burro fonda e si emulsioni con il liquido. Solo allora il tè viene riversato in un bollitore che lo tenga caldissimo. Il risultato è una bevanda brodosa, molto grassa e salata, che lascia una patina di unto sulle pareti interne della bocca, dal sapori per niente gradevole. I Tibetani lo offrono a qualsiasi ora e per qualsiasi occasione, e diventa spesso impossibile rifiutare una bevuta. Probabilmente a causa del burro presente, la glicemia spesso si alzava e dovevo insistere molto per non berne più di una tazza creando un piccolo imbarazzo che prontamente risolvevo spiegando la situazione con un sorriso, la migliore forma di comunicazione. Il giorno del mio compleanno ero a 5400 metri di altezza e mi sono regalato una delle viste più emozionanti di sempre, l’Everest: che imponenza e quanta forza in quella montagna avvolta dalle nubi che da un lato incute timore e rispetto, dall’altra voglia di sfidarla e conquistarla. Non è tuttavia nei miei piani salire oltre il campo base situato a 5400 metri sul livello del mare così il giorno dopo mi dirigo verso il confine nepalese: il primo confine che finalmente attraverserò a piedi su un piccolo ponte, il “ponte dell’amicizia” . Questo è un passaggio importante nella mia avventura poiché è il primo visto fatto direttamente in loco dopo aver oltrepassato i confini precedenti sempre su di un treno. A Kathmandu non si risente più del problema dell’altitudine, l’aria è più umida e siamo in attesa del monsone. Le montagne intorno sono verdi e lussureggianti, qui la verdura è ampiamente coltivata, il settore primario la fa da padrone all’interno dell’economia nepalese. Le verdure, la frutta, i legumi, i cereali ed il riso sono diventati i miei compagni di viaggio in quanto da quando sono arrivato in Nepal sto seguendo mio malgrado una dieta vegetariana. Ho infatti deciso di investire un mese del mio viaggio intorno al mondo per aiutare un’associazione a prendersi cura di un orfanotrofio nella Kathmandu valley, a circa due ore dalla capitale. I miei compagni di casa son vegetariani e nel villaggio la carne, di qualunque tipo, è un lusso tale che nessuno la vende. Inoltre ceno spesso in orfanotrofio con i bimbi e qui si mangia sempre solo ed esclusivamente Dal Bat, ovvero riso bollito con verdure e una zuppetta. Per ora il diabete ne ha tratto enormi benefici, ho ridotto le unità di insulina e i valori glicemici, ora monitorati nuovamente dal sistema di monitoraggio continuo speditomi dall’Italia, confermano buona stabilità e intervalli nella norma. Ovviamente ciò non è dipeso unicamente dall’abbandono di carne, quanto dallo stile di vita sano in campagna e dalla dieta basica ricca di cereali e verdure. Cerco di non farmi mancare legumi, ottima fonte di proteine, uova e un po’ di formaggio. Qui ci si saluta con “Namastè” il cui significato letterale è “saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te”: mi sembra un saluto bellissimo e quindi vi lascio così prima della prossima avventura in India. Namastè mondo! Leggi l'articolo completo su Diabete.com Guarda i video su Youtube: Lhasa L'appuntamento con l'Everest Kathmandu Human Traction Il trekking di fronte all'Annapurna

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L'avventura in Cina

Great wall of China

Con il mio giro del mondo senza aerei ho raggiunto la Cina e qui mi sono fermato circa tre settimane, attraversando le regioni di Pechino, dello Shaanxi, del Sichùan ed infine mi appresto proprio in questi giorni ad entrare in Tibet. Arrivare in Cina dalla Mongolia è stato un impatto molto forte soprattutto per aver lasciato i cieli tersi e l’aria pulita della terra di Gengis Khan in favore dell’inquinamento delle metropoli cinesi, nelle quali si fatica davvero a respirare. Il clima è simile a quello della mia pianura padana: inverni freddi ed umidi, estati calde e con l’afa persistente. Tuttavia ho ritrovato elementi importantissimi dell’alimentazione, ormai dimenticati in Russia e Mongolia, come la frutta fresca, in Cina addirittura si trova quotidianamente a prezzi accessibili quella tropicale, e la verdura. Già a Pechino ogni quartiere ha il suo mercato ed approvvigionarsi di questi alimenti è facile ed economico. In tutta la Cina tuttavia questi mercati sono dappertutto e la scelta è davvero ben assortita. Un capitolo a parte merita tuttavia l’intera cucina cinese, che non ha niente a che vedere con quella unta, fritta e dolciastra che siamo soliti mangiare nei ristoranti cinesi in Italia. Qui l’alimentazione è molto varia e, come a casa nostra, cambia radicalmente da città a città. Le abitudini stesse sono molto diverse in quanto i cinesi non sono soliti cucinare in casa in quanto le loro abitazioni sono piccole e modeste, la cucina è spesso sacrificata ed i loro piatti sono composti da ingredienti che lasciano odori intensi come il pesce, l’aglio, la cipolla. Ne risulta che mangiano sempre fuori casa, rendendo il pranzo o la cena un vero e proprio momento sociale. Ne giova la varietà dell’offerta e l’economicità della stessa in quanto è possibile sfamarsi con pochi euro grazie ai vari ristoranti “street food” così come concedersi per poche decine di euro una sofisticata cena al ristorante a base di anatra alla pechinese o pesce fresco e prelibato. Dal punto di vista del diabete tuttavia non è stato tutto semplice per diversi motivi. Innanzitutto durante gli ultimi giorni in Mongolia, a causa di un difettoso cavo di alimentazione la mia macchinetta per il controllo continuo della glicemia è andata in tilt e, in attesa di una nuova spedita dall’Italia, son dovuto tornare ad utilizzare il mio vecchio glucometro. Niente di preoccupante, sono cose che possono capitare e che avevo messo in conto, se non che l’altro strumento mi avrebbe permesso di gestire meglio l’incognita dei cibi qui in terra d’oriente. Sí, perché sebbene nella maggior parte dei casi si trattava di pietanze squisite e complete, al momento dell’ordinazione occorreva affidarsi al caso o al massimo a qualche foto sui menu. Pertanto, onde evitare fastidiose e pericolose ipoglicemie, visto che viaggio in solitaria e quindi i miei compagni di viaggio solo casuali ed improvvisati a cui non posso sempre spiegare di essere diabetico, ho sempre optato per una somministrazione di insulina leggermente inferiore per poi eventualmente correggere in base a quello che effettivamente mi veniva servito e alla quantità dello stesso. Per aiutarmi in tutto questo ho fatto una scheda sim cinese e mi tenevo costantemente in contatto, fusi orari permettendo, con il mio dottore, il dott.Stefano Genovese del gruppo Multimedica di Milano, e con la dott.ssa Alessandra Bosetti, nutrizionista dell’ospedale Sacco, sempre di Milano, con i quali, grazie a whatsapp e mail riuscivo prontamente a ricevere aiuto nella valutazione dei cibi che consumavo. La cucina cinese si basa essenzialmente su pietanze bollite, e quindi servite all’interno di fumanti e profumatissime zuppe oppure saltate nelle loro tipiche padelle chiamate wok. Entrambi i metodi di cottura aiutano i cibi a non essere troppo difficili da digerire in quanto anche nel caso delle pietanze saltate in padella, gli ingredienti vengono cotti per pochi minuti viste le altissime temperature raggiunte dalle stesse. Aiutano nella gestione alimentare del diabete, il riso, onnipresente, così come i noodles che sono simili ad i nostri spaghetti o tagliatelle e possono essere di farina, di riso, o all’uovo, e i ravioli cucinati al vapore, solitamente ripieni di carne e verdura, anch’essi dappertutto. Particolare attenzione va prestata ai fritti, che sono meno comuni, ma comunque molto diffusi in quanto spesso l’olio usato non è di girasole, bensì di palma, alquanto nocivo. Personalmente dopo i primi giorni di ambientamento, pranzavo leggero con del riso e verdure saltate, mentre a cena mi concedevo un piatto di carne o pesce, spesso accompagnato da noodles per poter essere tranquillo con l’insulina somministrata. E la colazione? Qui amano la colazione salata e consiste in pane bianco cotto al vapore, morbidissimo, ripieno di carne o verdure. Ad ogni modo credo che le difficoltà maggiori in Cina risiedano nella difficoltà di capire cosa è realmente contenuto nel piatto e quindi come comportarsi di conseguenza con i dosaggi poiché è un paese completamente sviluppato dove ad ogni angolo non mancano supermercati o piccoli rivenditori con tutto a disposizione per ogni esigenza. Quindi se dal punto di vista dell’alimentazione la Cina non presenta grosse problematiche per una persona diabetica, vi sono altre considerazioni da tenere ben presenti. Innanzitutto le scarse condizioni igieniche: nelle grandi città spesso i locali ed i ristoranti sono sprovvisti dei bagni e occorre servirsi di quelli pubblici per strada, diffusissimi,ma le cui condizioni igieniche lasciano a desiderare. Vi lascio immaginare come può essere la situazione nelle città più piccole. Inoltre i grossi problemi linguistici per cui può essere importante munirsi di un biglietto scritto in ideogrammi per avvertire in caso di malori la nostra patologia. Ultima cosa, non meno importante, se si viaggia low budget come il sottoscritto occorre tenere presente che negli ostelli non è prevista la cucina comune, ma spesso è offerto un servizio di ristorante. Al fine della conservazione dell’insulina sarà importante verificare sempre la presenza di almeno un frigorifero in cui poterla riporre durante il periodo di permanenza. Con le dovute accortezze la Cina è pertanto un posto assolutamente consigliato da visitare anche perché oltre alla cucina ha tanto da offrire: templi antichi, città moderne, parchi naturali e antiche opere d’ingegno ed arte come la Grande Muraglia cinese e l’esercito di terracotta di Xi’an. Ni háo mondo, vi saluto per entrare nel Tibet e sentirci nella prossima puntata dall’Himalaya. Leggi l'articolo completo su Diabete.com Guarda i video su Youtube: Pechino Ping Yao Xi'an Il Sichùan

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La transiberiana, la Siberia e l'arrivo in Mongolia

Siberia

La Transiberiana, la Siberia e la Mongolia Il mio viaggio intorno al mondo sta procedendo e mi trovo alle porte della Cina su un treno che da Ulan Batoor mi sta portando a Pechino. Ho vissuto tre giorni in transiberiana, chiuso in un treno per 77 ore, per oltre 5000 chilometri attraverso 5 diversi fusi orari. La gestione del diabete in questo viaggio è stata piuttosto semplice dal punto di vista alimentare, il vagone ristorante offre pietanze molto care e scarse, oltre che di dubbio gusto. Mi sono pertanto organizzato partendo da Mosca con il relativo “kit di sopravvivenza”: noodles liofilizzati, scatolette di tonno, pane, formaggio e un paio di vaschette di salumi locali oltre a frutta come mele e banane. In ogni vagone è presente una sorta di distributore di acqua calda, utilissimo per prepararsi thé e caffè oltre che le zuppe di noodles che in questi casi sono dei veri e propri toccasana. La glicemia è andata bene, priva di picchi alti o bassi e l’unico relativo problema era adeguare il corpo ai nuovi fusi orari, anticipando giorno per giorno l’iniezione di insulina a lungo effetto. Se vi capitasse di viaggiare in transiberiana e volete gustare le pietanze tipiche di questo treno tenete conto che il vagone ristorante effettua servizio secondo gli orari di Mosca, pertanto se siete in Siberia e volete cenare verso le otto di sera lo troverete chiuso da almeno tre ore. Arrivato in Siberia sono stato accolto da una temperatura mite durante il giorno e prossima allo zero di notte, ma con un sole splendente. Ho visitato Irkutsk, la “Parigi” della Siberia: un paragone piuttosto azzardato, si tratta di una città industriale, ai margini di un fiume, con tipiche case in legno ormai in rovina e strade dedicate allo shopping europeo invece ben curate. Qualche monumento dedicato a Marx e a Lenin e niente di più. Così, dopo aver sbrigate alcune faccende burocratiche all’ambasciata mongola per ottenere il visto che mi verrà consegnato tre giorni dopo, decido di avventurarmi sul lago Baikal, a quattro ore dalla città. Fortunatamente qui lo spettacolo della natura è bellissimo e mi permette di comprendere meglio la Siberia stessa. Si tratta di una delle riserve di acqua dolce più importanti del pianeta con i suoi oltre 1600 metri di profondità e 660 chilometri di ampiezza da nord a sud. L’isola di Olkhom, dove alloggio in una tipica guesthouse, è meravigliosa, la natura è assolutamente padrona e le case del villaggio, come quelle di Irkutsk, sono fatte di legno con tetti coloratissimi, ma almeno qui non cadono a pezzi. La proprietaria di casa cucina per gli ospiti e la dieta prevede carne stufata, cetrioli e riso. In questa zona i cetrioli sono buonissimi e sono un ottimo alimento, ricco di acqua. Al mattino mi viene servita una torta di pasta ripiena di carote, immangiabile, così ripiego su un po’ di frutta e biscotti. La principale attrattiva è un trekking di un paio d’ore verso una roccia sciamanica affacciata sul lago, la vista che si può scorgere è davvero meritevole e un po’ di sana attività fisica è quello che ci vuole. Fatto rientro ad Irkutsk e ottenuto il visto mongolo, prendo il treno per Ulan Batoor per altre 27 ore di viaggio. Solita scorta di cibo, stavolta minore visto che dura un terzo della transiberiana e nessun problema con i fusi orari dato che in Mongolia c’è una sola ora di differenza. Arrivato ad Ulan Batoor, grazie ad accordi presi via mail con l’ostello di destinazione riesco a partire immediatamente per un tour nella zona continentale del paese di quattro giorni. Visito il parco di Terelji e il deserto di Gobi. La notte si dorme nelle Ger mongole, tipiche tende circolari bianche utilizzate dai nomadi pastori. La notte fa veramente freddo e ci si riscalda con una stufa in ghisa all’interno della tenda alimentata d legno e sterco di animali vari che popolano la zona. Proprio questi animali sono a migliaia, tutti allo stato brado: capre, mucche, yak, cammelli e cavalli. E poi aquile, condor, falchi. Qui la natura è davvero protagonista assoluta, l’elettricità quando c’è è a scarso voltaggio ed insufficiente per caricare i nostri apparecchi tecnologici. In compenso i paesaggi sono incredibili: verdi e morbide colline con all’orizzonte montagne ancora innevate, fiumi, cascate, laghi. E poi anche pietre, polvere, sabbia: il deserto di Gobi. Difficilmente ho visto paesaggi così incontaminati e mutevoli, la Mongolia resterà nel mio cuore. Per quanto riguarda il diabete le lunghe passeggiate a cavallo, i trekking e la vita in generale all’aria aperta ha aiutato le glicemie a restare quasi sempre nella norma, un’attenzione particolare va riservata al cibo in quanto non vi è verdura o frutta, i piatti sono tutti a base di montone, riso e patate. Ottimo lo yogurt artigianale di capra, da provare, ma attenzione, è carico di zucchero, purtroppo l’ho scoperto solo dopo. Ora mi aspetta la Cina, dove la cultura è completamente diversa dalla nostra così come la cucina. Recupererò almeno qualche verdura e frutto in più e abbandonerò definitivamente il pane in favore del riso. Non vedo l’ora di arrivare, ciao mondo! Leggi l'articolo completo su Diabete.com Guarda i video su Youtube: The Transiberian Experience La Siberia La Mongolia

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L'inizio del viaggio

Lo scorso 4 maggio è finalmente iniziato il mio viaggio intorno al mondo senza aerei. La prima tappa prevedeva arrivare a Varsavia con un bus che da Milano, attraverso la Svizzera, la Germania e la Repubblica Ceca mi ha portato a destinazione: in Polonia dopo circa 28 ore. La prima parte dell’avventura, almeno fino alla Mongolia dove arriverò dopo circa due settimane, non prevede clamorosi stravolgimenti alimentari. Il cibo nell’est europa è vario e simile al nostro, occorre solo prestare attenzione ai condimenti in quanto spesso esagerano con burro e salse di vario genere. I crauti sono ovunque, sia crudi che cotti, e sono un buon alimento. Le prime accortezze hanno riguardato il viaggio da Milano a Varsavia: nelle oltre 28 ore di forzosa inattività, ho dovuto prestare attenzione ad evitare fastidiose lunghe iperglicemie e a tale scopo mi sono dotato di panini leggeri a base di prosciutto cotto e lattuga, un po’ di frutta come mele verdi e banane: dieta leggera, ma equilibrata. Il viaggio è andato bene e sono arrivato a destinazione verso sera il 5 maggio. Mi sono svegliato la mattina dopo in ostello ed era una sensazione che mi mancava da troppo tempo, il mondo degli ostelli sarà la mia casa per un bel po’ da adesso in avanti e l’atmosfera è frizzante. Si divide tutto: la camera, i bagni e gli spazi comuni come la cucina. L’attenzione quindi è stata quella di riporre con cura l’insulina nel frigorifero comune. C’è molto rispetto tra i ragazzi ospiti e l’unico rischio è che ti venga rubata una birra, non certo i medicinali! Varsavia è una città bellissima e molto economica, la consiglio assolutamente. C’è tanto verde e la possibilità di fare lunghe passeggiate in centro o nei parchi. Ho provato alcuni cibi tipici come i Bigos e i Pierogi. Il primo è una specie di stufato di carne e crauti accompagnato da prugne secche e mirtilli, i secondi, invece, ravioli ripieni in vari modi: formaggio, cavolo nero, carne o funghi. La glicemia va bene in questi giorni, sto attendo a mixare cibi tradizionali a verdura e frutta fresca. Dopo un paio di giorni mi son diretto a Mosca in treno per altre 18 ore di viaggio. Si viaggiava di notte quindi è risultato agevole gestire le glicemie con una cena leggera a base di una zuppa chiamata Salamka Sbornaje e un panino. A Mosca il più grande problema è legato alla lingua: nessuno parla inglese, figuriamoci capire un menù scritto in cirillico o farsi dare indicazioni dai camerieri e ristoratori. Ad ogni modo è andata bene, molti piatti sono a base di salmone e sardine accompagnati dagli immancabili crauti. Mi sono concesso anche una vodka e caviale (rosso però, quello nero è troppo caro!!!), non potevo tirarmi indietro! C’è tutto un rito per berla e mi son fatto consigliare da Alex, un ragazzo di Mosca che mi ha accompagnato tutto il giorno per la città: dopo il brindisi, prima di bere bisogna buttar fuori un bel respirone e poi giù la vodka tutta d’un colpo! Non mi è chiara la differenza, ma l’ho fatto di buon grado. I russi accompagnano la vodka non solo con il caviale, ma soprattutto con crostini di salmone ed aneto oppure sardine sotto sale da intingere in una salsina a base di pomodoro e peperoni. Il tutto molto buono. I due giorni a Mosca li ho passati a visitare la città e sono stato molto fortunato a capitare nel giorno del Victory Day, una festa nazionale simile al nostro 25 aprile. Per strada c’era una parata di carri armati e altri mezzi militari, e il centro era invaso di persone che ballavano, mangiavano e facevano festa. Il sole splendeva sulla città e ho colto l’occasione per un giro a Gorky Park: il parco più grosso di Mosca dove tutte le famiglie si sono ritrovate a festeggiare.Noto che con tutto questo movimento le glicemie van sempre meglio e ne sono proprio felice. Essere da soli in paesi stranieri ti porta ad ascoltare con cura il proprio corpo ed evitare situazioni che possano metterti in difficoltà come le ipoglicemie improvvise. Ora mi aspettano tre giorni chiuso in un treno sulla Transiberiana dove raggiungerò dapprima Irkutsk, la “capitale” della Siberia, e poi la Mongolia. In Mongolia mi attenderà un mondo nuovo e soprattutto, il primo vero approccio all’Asia.Leggi l'articolo completo su Diabete.comGuarda i video su Youtube: Che il sogno abbia inizioMosca
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Ready to go...

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Mancano solo due giorni.

Probabilmente domani non riuscirò a pubblicare niente, preso come sono da questi ritmi frenetici prima di partire. Pazientate.

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Ehi tu, Insulina, vieni con me?

L'insulina... l'unica differenza tra me ed un qualsiasi altro viaggiatore in giro per il mondo. Come si traduce questa differenza? Innanzitutto senza l'insulina non sopravviverei a lungo, pertanto è ciò che ho di più importante nel mio zaino.

Per prima cosa una considerazione che è valida per tutto quello che è assolutamente indispensabile per il cammino: preservarsi dai rischi diversificando il più possibile i rischi stessi. Il primo rischio assoluto è essere derubati: per diversificare il più possibile viaggerò con tre diverse scorte di insulina  in tre diversi posti: avrò una scorta pari a circa sei mesi nello zainone, un'altra di circa tre mesi nello zainetto e quella di tre settimane nel marsupio. In questo modo ho diversificato al massimo il rischio consentendomi in caso di furto di poter avere il tempo di organizzare una spedizione dall'Italia, trovarla in loco oppure ahimè rientrare e fallire l'impresa.

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La preparazione del viaggio - Maggio 2014

Preparare un viaggio intorno al mondo non è impresa semplice per nessuno, essere diabetico implica una pianificazione ancora più accurata. Occorre studiare gli itinerari, conoscere le possibili difficoltà nel poter reperire insulina in casi di emergenza , strutturarsi con adeguate scorte e riuscire a conservarle correttamente. La mia terapia prevede una iniezione al giorno, verso sera, di insulina ad effetto continuo per 24 ore e tre iniezioni di insulina rapida in prossimità dei pasti. Nello specifico al momento della partenza mi somministravo 30 unità al giorno di insulina rapida e 28 di quella ad effetto continuo. Ho dovuto pertanto calcolare quanta scorta di insulina portare con me. La prima difficoltà, su un viaggio così lungo è la scadenza della stessa: circa 14 mesi. Si è rivelato pertanto inutile anche solo pensare di poter partire con una scorta che coprisse l’intero viaggio. Ho valutato varie possibilità e ho individuato la soluzione nel prendere con me sufficiente insulina per un anno e poi verificare le possibilità di spedizione della stessa dall’Italia. In 10 mesi conto di arrivare in Australia, continente nel quale non dovrebbe essere particolarmente difficile far arrivare la successiva scorta. Un anno con le dosi che vi ho indicato significa 72 penne precaricate, non proprio poche. La loro conservazione? L’insulina può restare a temperatura ambiente fino a 28 giorni, ma andrebbe conservata tra i 4 e gli 8 gradi. Mi sono pertanto munito di mattonelle per il ghiaccio e di borse termo protettive. Ho inoltre studiato un piccolo stratagemma per mantenere un po’ più a lungo la temperatura: la carta di giornale! Sì, la carta dei quotidiani ha un buon effetto isolante: l’idea mi è venuta osservando come si coprono i clochard alle stazioni e come si proteggono i ciclisti all’inizio delle discese in alta montagna infilandosi fogli di giornale donati dai tifosi sotto la maglia. Con questo accorgimento conto di mantenere nella maggior parte delle situazioni la temperatura corretta per un paio di giorni. Dovrò quindi trovare fonti di raffreddamento solo un paio di volte alla settimana e questo non è impossibile, alloggiando negli ostelli. Problema insulina risolto? Non del tutto perché ho risolto il problema della conservazione, ma non quello di tenerla al sicuro. Sí perché può sempre succedere che mi rubino qualcosa e tra questo ci potrebbe essere anche lei. Come per ogni cosa di vitale importanza, tra cui i documenti, le carte di credito, i soldi, anche l’insulina, in viaggio, deve rispondere al requisito della diversificazione dei rischi. Non posso permettermi di conservarla sempre e solo in unico posto per esempio nello zaino, poiché se ne fossi derubato, sarei finito. Ho creato quindi tre scorte di diversa quantità che mi permettano di diversificare i rischi: una scorta grande sarà riposta nello zaino grosso, quello che conterrà l’abbigliamento. Una scorta più piccola, ma ugualmente ampia, diciamo sui 3 mesi, verrà riposta nello zainetto che conterrà tra le altre cose, tutta la mia attrezzatura tecnologica e di utilizzo quotidiano, dove pertanto porrò maggiore attenzione. Infine detto che una penna mi dura circa 10 giorni, due penne per tipo le conserverò nel mio marsupio, da cui mai mi staccherò. I rischi sono pertanto ridotti al minimo.Infine per quanto riguarda il controllo della glicemia mi sono dotato di uno strumento per il monitoraggio continuo basato su tecnologia AGP, il quale mi permetterà un enorme risparmio di spazio destinato ai più classici pungi dito e strisce reattive. Come funziona lo strumento? E’ una sorta di chip che viene generalmente applicato sulla pancia o sulle braccia che trasmette in continuo ad un apparecchio grande quanto un cellulare i dati della glicemia. Il trasmettitore inoltre vibra ogni qual volta la glicemia si alza o si abbasso oltre i valori raccomandati, aiutandomi quindi a gestire al meglio anche i radicali cambi di alimentazione.Per far spazio alle scorte e al resto dell’attrezzatura per il diabete ho sacrificato molti vestiti ed abbigliamento, ma poco importa, perché un viaggio del genere ti porta realmente a capire cosa è davvero indispensabile nella vita, il diabete quindi mi aiuta a selezionare l’indispensabile ancor di più! Ora non resta che partire…Leggi l'articolo completo su Diabete.comGuarda i video su youtube: Cosa dice il dottoreLa conservazione dell'insulina
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