By Trip Therapy on Venerdì, 30 Maggio 2014
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Pechino per me....

Il cielo si fa sempre più grigio e simile a quello della mia pianura padana. L’afa, anche quella, inizia a farmi sentire a casa. Si boccheggia a Pechino già alle 9 del mattino. L’aria è inquinata e ai primi respiri già te ne accorgi. Le polveri sottili qui sono generalmente quattro volte tanto quelle delle nostre soglie di guardia.
La popolazione qui ha la pelle più chiara rispetto ai Mongoli e sono più minuti.

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Le ragazze dimostrano tutte almeno dieci anni in meno. In tanti mi salutano, in metropolitana con lo zainone vengo visto come un extraterrestre. Le persone sembrano indifferenti a tutto persi nei loro smartphone, ma appena ti rivolgi a loro sono disponibilissimi ad aiutarti, pur con le evidenti problematiche linguistiche. Vestono stravagante e quando vedono un occidentale chiedono di fare la foto con loro, facendoti quasi sentire una stella del cinema. Hanno un rito per tutto e sono estremamente superstiziosi: ad esempio quando ho fatto la scheda sim per il telefono mi han fatto scegliere il numero e in tutti quelli che mi han proposto vi era almeno un quattro. Sí perché per loro il quattro è un numero nefasto, pertanto è da evitare come il fumo negli occhi e gli unici numeri disponibili erano proprio quelli. Non ho voluto cedere alle troppe superstizioni e dato che il negoziante parlava un po’ di inglese ho accettato di buon grado la soluzione.

Esco dalla stazioni metropolitane e mi trovo in vialoni super trafficati con quattro corsie per direzione. Tanti clacson, ma mai quanto al Cairo, quindi questo mi sfiora poco. Strana questa Pechino, non me l’aspettavo così. Passare dai cieli tersi e l’aria pura della Mongolia a questo cielo grigio e il relativo inquinamento in sole trenta ore di treno è scioccante. Vedere poi sfilze di automobili di lusso occidentali, centri commerciali enormi ed iper moderni, palmari e smartphone di cui non conoscevo neanche l’esistenza, pubblicità in metropolitana, fastfood di ogni genere e tipo, grattacieli all’avanguardia, scooter solo elettrici, persone per strada in e in bicicletta con la mascherina antismog: ne resto quasi deluso finché non giro in una viuzza a destra: eccoli gli Hutòng pechinesi! Temevo se ne fosse quasi persa la traccia.
Queste piccole strade dove a malapena passa un’automobile sono percorse solo a piedi, al massimo in bicicletta. Qui il tempo è fermo a decine di anni fa, si trovano veri noodle bar, street food, artigiani, odori, profumi, lanterne, sporcizia, manifatture locali. Mi sento meglio, perdersi in questi vicoletti è una delle più belle esperienze pechinesi, dove è possibile bere un thé in piccoli cafè arredati in stile coloniale vero, con mille lanterne rosse accese la notte, case a pezzi, povertà e fierezza di un passato ormai andato.
Assaggio cibi stranissimi attratto dagli invitanti profumi e si rivela un’esperienza incredibile, non ho mai mangiato così bene al di fuori dell’Italia. Hanno un modo tutto loro di cucinare le ottime materie prime di cui dispongono. I profumi sono inebrianti quanto le luci al neon accecanti. Ho mangiato di tutto in questi giorni,: noodles, ravioli, zuppe, verdure saltate, carne, pesce stufato, alla griglia, in agrodolce, con le noci, con le mandorle, al miele. L’anatra alla pechinese poi, è assolutamente un capolavoro culinario!
Visito piazza Tienammen, la città proibita, il palazzo d’estate ed il tempio del cielo: non basterebbero settimane per visitare tutti i templi ed i parchi di questa metropoli capitale di una lontanissima civiltà così diversa dalla nostra ed oggi così simile.
È una città in rapida ascesa, calamita per gli architetti italiani che in questo momento hanno trovato qui ottime possibilità professionali: ne ho conosciuti tanti perdendomi nella notte senza voler mai andare a letto. Pechino oggi è divertente e cosmopolita, ma ha perso le sue radici. L’Oriente attuale tende sempre più all’Occidente raccogliendone purtroppo le peggiori sfaccettature.

Pechino per me sono tutti questi contrasti: ti sembra di poter fare qualsiasi cosa, ma in realtà non sei libero di fare nulla; le fabbricano funzionano col carbone inquinando drasticamente l’aria e per le strade sfrecciano mezzi elettrici; da una parte trovi templi millenari e dall’altra centri commerciali all’avanguardia; c’è la piazza più grande del mondo , ma bisogna passare i metal detector per entrarci e guai se ti siedi per terra, non è minimamente vissuta; la polizia è dappertutto, ma nessuno sembra curarsene; visiti la grande muraglia e sembra di entrare in un parco giochi, salvo poi andare oltre la parte restaurata e non vedi nessun segno di civiltà all’orizzonte, ma solo ripide montagne tagliate da quest’opera immensa e apparentemente infinita.
In ogni momento ho trovato contrasti apparenti assolutamente inconciliabili.


Io però, quando non uscivo la sera, quando schivavo i centri commerciali e le catene di fast food, quando non giravo per monumenti e templi amavo perdermi in quegli Hutòng, dove il tempo si è fermato, il contrasto più bello che mi ha rapito in questi giorni.

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