Il pericolo del viaggio consiste nel lasciarsi aprire gli occhi e scoprire il mondo per quello che è
Devo ammetterlo, la Baja California mi ha deluso e non poco.
Dove si era perso il Messico autentico? Dove potevo trovare colori e musica? Dove avrei smesso di vedere boutique e bar griffati USA? Non poteva bastare una natura di per sé spettacolare, necessitavo di più.
La risposta a queste mie domande è giunta pochi giorni dopo, al mio arrivo nel Messico continentale.
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Prendo il traghetto da La Paz di primo pomeriggio e dopo sei ore arrivo sulla costa opposta del Mar de Cortez. È notte e così prendo il primo bus in direzione Puerto Vallarta.
Finalmente riesco a trovare un alloggio in couchsurfing che si rivelerà la scelta migliore per i giorni successivi. Alloggio a Bucerias, un tranquillo villaggio tra Puerto Vallarta e Sayulita, meta di surfisti.
Ad ospitarmi è Suzana che di mestiere fa la guida turistica freelance. Nei miei primi giorni ha tanto tempo libero e così mi porta a godere di tutte le bellezze locali: il villaggio di Sayulita e la sua bellissima spiaggia, i suoi trekking nella giungla che portano a baie isolate, i colori del mercato di Puerto Vallarta, il suo bellissimo mallecon.
E infine il pezzo forte della zona, un autentico capolavoro della natura, uno di quei luoghi che restano per sempre nella memoria di coloro che lo visitano: la spiaggia nascosta. Partiamo al mattino all'alba salpando su un piccolo motoscafo da Punta Mita. Il cielo è coperto e il mare è grosso. In una ventina di minuti arriviamo a Isla Marietas e sapendo che sono un nuotatore esperto, mentre istruisce le altre persone del gruppo, Suzana mi concede di poter entrare nella grotta dell'isola da solo e accumulare un piccolo vantaggio.
La grotta che nasconde la playa escondida può essere attraversata solo con la bassa marea, inoltre è presa d'assalto, fin dalle prime ore del mattino da centinaia di turisti.
Non vedo barche intorno, so di poter essere solo.
Il passaggio è effettivamente angusto e occorre sapersi destreggiare bene, le onde sono alte e il movimento della marea tende a sputarmi fuori dalla grotta.
Mi immergo e incomincio a nuotare in queste acque turchesi. Incomincio ad intravedere la luce e in fondo alla grotta eccola: la spiaggia nascosta.
Un fenomeno naturale di rara bellezza, una spiaggia circondata dalle rocce e tuttavia aperta verso il cielo. Un cerchio quasi perfetto, l'acqua che docile lambisce il bagnasciuga.
Io da solo a poter godere di questo spettacolo assoluto.
Da quando sono partito sto collezionando luoghi che da soli meritano un viaggio di questo tipo: penso all'Himalaya, alla spiaggia sulle isole Andamane, al deserto di Gobi, ad Angkor Wat, alla Monument Valley.
Mi sento felice ed erano settimane che non provavo questa emozione.
E sono ancora le correnti universali che mi hanno portato qui a godere di tutto questo.
Il Messico tuttavia non è solo natura e gli appuntamenti successivi sono due città. La prima, Guadalajara, è una cosmopolita città ricca di arte. L'ospicio cabanas in particolare mi è rimasto impresso. Un vecchio ospedale ora trasformato in museo in cui poter ammirare i murales capolavori di Oroszco.
Egli riteneva che l'arte fosse appannaggio di tutti pertanto doveva essere fruita liberamente. A tal fine dipinse questi meravigliosi affreschi nelle volte dell'ospedale cittadino.
Guadalajara è molto viva la notte e ha una zona, chiamata Paseo de Chapultepec che sembra di essere sulle ramblas a Barcellona. Alla gente piace far tardi e in questa via è un susseguirsi di bar, ristoranti e locali. Conosco Alexis che diventa il mio Virgilio alla scoperta della movida locale. Assaggiamo Mezcal e ci palleggiamo da un locale all'altro. Lui è un ristoratore, ha una barba che gli arriva allo stomaco e coltiva il sogno di mollare tutto e andare a vivere una vita tranquilla, isolato, a coltivare l'orto e pescare pesce fresco. Mi racconta trucchi e segreti messicani, è un personaggio carismatico che catalizza l'attenzione, ma ancora di più, è una brava persona. Credo che il nostro incontro abbia arricchito entrambi.
Sono ormai allergico alle città sebbene Guadalajara mi sia piaciuta davvero molto e visto che mi aspetta la città più grande del mondo cerco di trattenermi il meno possibile.
Sono francamente preoccupato, temo un approccio come quello delle grandi città indiane, d’altronde stiamo parlando di ventidue milioni di persone.
La città è in montagna ed è impressionante come si sviluppi proprio sulle montagne stesse. Case fatiscenti per lo più che da color cemento scemano pian piano in tanti colori pastello. La zona centrale è bellissima e non pare assolutamente di essere in una città tanto grande. Le opportunità sono infinite, ma i miei giorni limitati e così mi concentro sul museo antropologico.
Il museo è bellissimo e finalmente riesce a darmi una visione d'insieme sulla storia delle antiche popolazioni maya e azteche. Al suo interno oggetti di rara bellezza che mi hanno permesso di comprendere l'universo che esisteva in queste zone prima dell'avvento dei conquistadores.
Una vera e propria civiltà di cui conoscevo molto poco, ma che mi ha lasciato senza parole. Non solo l'arte, ma anche e soprattutto l'architettura che raggiunge uno dei suoi apici alle piramidi nei dintorni di Città del Messico, ovvero Teotihuacàn.
Qui l'impatto è ancora più forte, i pensieri corrono inevitabilmente all'Egitto, alle piramidi di Giza, così simili. Non conosco nulla di costellazioni, di teorie complottiste riguardanti queste antiche civiltà; mi convinco, solo con le sensazioni, che queste antiche popolazioni avessero trovato un modo per comunicare tra loro oppure che avessero anche solo colto qualcosa che a noi, uomini moderni, sta inesorabilmente sfuggendo.