In un giro del mondo che ha toccato 44 paesi in 1.000 giorni e, ovviamente, tutti e 5 i continenti, quello che forse in principio poteva darmi maggiori preoccupazioni per quanto riguarda il diabete poteva essere proprio il continente africano.
L’ultimo, in ordine cronologico, tra quelli visitati. Mi immaginavo di trovare difficoltà pratiche e logistiche oltre ovviamente a condizioni igieniche difficile e rischi dovuti a possibili furti.
Invece.
Invece come ogni luogo del mondo mi ha riservato sorprese che hanno scardinato ogni mia ipocrisia e preconcetto.
Fin dall’arrivo a Dakar, in Senegal, ogni possibile problema relativo alla conservazione dell’insulina è andato scomparendo. Finché non ci si avventura in regioni particolarmente remote non mancano frigoriferi dove poter riporre le scorte e mai nessuno mi ha negato un aiuto in tal senso.
Quando ho visitato la regione dei Pais Bassari non ho trovato traccia di turismo ma mi sono abbandonato agli usi e costumi locali. Utilizzano vecchie giare in terracotta per mantenere al fresco i propri alimenti e un piccolo ragazzo smilzo si è offerto di custodire la mia scorta proprio all’interno di queste anfore. Il risultato è stato efficace, ovviamente non è lo stesso che riporla in un frigorifero però per qualche giorno ho evitato così di esporla alle temperature torride senegalesi.
L’Africa porta a sviluppare astuzia e sagacia, infatti i più grandi problemi sono arrivati dal paese successivo nel mio itinerario verso nord, ovvero la Mauritania. Trovai l’opportunità di seguire un cammelliere e i suoi dromedari in un cammino di oltre 180 chilometri nel deserto del Sahara. Accettai senza indugi ma ben presto mi resi conto che non fu proprio una bella idea per quanto riguardava la mia scorta di medicinali. Sebbene di notte la temperatura crollasse e l’insulina poteva stare al fresco e alla sua temperatura di conservazione ( 4- 8 gradi) di giorno il caldo era opprimente e raggiungeva picchi di 40 gradi all’ora di pranzo. Nel deserto del Sahara non vi sono molte piante e l’ombra è rara, così, quando ci fermavamo per pranzare ebbi l’intuizione di scavare una buca di circa un metro. Chiusi l’insulina in un sacchetto e legai l’estremità ad una corda per non rischiare di smarrirla e perdere tutto il giorno a ritrovarla. Funzionò!
In Marocco invece ritrovai standard europei e tutte le difficoltà logistiche svanirono. Restavano solo ed esclusivamente quelle quotidiane, ovvero quelle di saper interpretare i cibi che mi proponevano. Scomparso del tutto il riso, il pane aveva assunto la forma di quello tipico arabo a differenza del Senegal e Mauritania dove era facile trovare baguette ad ogni angolo. Non solo, anche la tipica usanza marocchina del tè alla menta, una bevanda molto zuccherata, che amara avrebbe messo in difficoltà chi me lo offriva essendo un vero e proprio rituale collettivo. In questi casi ancora una volta a venire in aiuto del viaggiatore diabetico vi è una e una sola risorsa: il monitoraggio.
Monitorare costantemente la glicemia è ciò che permette di comprendere come l’impatto glicemico del pane arabo sia ben diverso dai nostri pani occidentali e pure il tipico cous cous segue valutazioni differenti.
La ricomparsa di frutta e verdura di qualità ha fortunatamente limitato questo impatto.
Il Marocco è stato il luogo dove ho potuto riequilibrarmi appieno, prima del ritorno in Italia.
Articolo scritto in collaborazione con One Touch