2189 chilometri in 72 giorni.
Tanto è durato il mio pellegrinaggio silenzioso da Bobbio, in provincia di Piacenza, fino a Santiago de Compostela. Sono partito dal cuore della mia amata Val Trebbia perché credo fermamente che il luogo di partenza abbia un significato grande tanto quanto il luogo d’arrivo. Partire dunque da quei monti, da quella valle che ha significato la mia infanzia era come chiedere una sorta di protezione.
Ma perché ho deciso di aggiungere ai chilometri, alla fatica e a tutte le difficoltà di un viaggio del genere anche il voto di silenzio?

2189 chilometri in silenzio assoluto
Il mio era un messaggio.
Tornato a casa dal mio giro del mondo senza aerei mi sono interrogato tanto e soprattutto ho osservato tanto. Mi guardavo in giro e per la strada, nei bar, negli uffici, in casa, in televisione, le persone si parlavano le une sulle altre. Si urlano le proprie opinioni e non si presta minimamente ascolto. Evidente il fatto che non si ascolti il prossimo ma il più delle volte non si ascolta neppure se stessi. Quindi in questo mondo dove solo chi alza la voce riesce a farsi sentire io ho scelto di fare più rumore possibile: in silenzio.
Ho scelto di compiere un pellegrinaggio al solo fine di ascoltare le persone, le loro storie, le loro vite. Ho usato la mia presenza silenziosa sul cammino per farlo con chi incontravo, l’ho comunicato sui social affinché tutti ci interrogassimo sul valore dell’ascolto.
La mia non è stata una scelta di esclusione, anzi, è stata una scelta che mi ha permesso di ascoltare la parte più profonda delle persone che incontravo sulla mia strada.
Il silenzio nella quotidianità
Siamo abituati a concepire le conversazioni come un dialogo di voci tra persone, ma esistono molte sfaccettature nella conversazione, così come esistono interazioni diverse che prescindono dalla comunicazione verbale. Perché ad esempio quando non si utilizza la parola si scrutano maggiormente le persone, si presta molta attenzione anche ai gesti, agli sguardi, alle intonazioni e soprattutto si ascoltano davvero le parole. Il silenzio viene inizialmente preso con circospezione, a tratti con diffidenza, ma alla fine si scopre che è una vera e propria chiave per concedere alle persone di aprirsi senza filtri, perché sentono di potersi fidare di te e perché ascoltare in rispettoso silenzio dà la sensazione alla gente di poter raccontarti un segreto che saprai custodire senza giudicare. La scelta del silenzio, il dover scrivere le risposte, l’attesa che ne deriva gioca un effetto opposto: si insinua sincera curiosità, ma occorre tempo per sciogliere le prime parole. Particolarmente divertente è lo stupore delle persone nel momento in cui parlano e non vengono fermati nel bel mezzo di un discorso o anche solo di una frase. Si stupiscono del fatto che il proprio interlocutore non intervenga e questo in qualche modo li rilassa, permette una comunicazione più fluida e articolata: è totalmente assente la frenesia del dover giungere il prima possibile a conclusioni. E poi l’attesa. Mentre io scrivevo la persona che avevo di fronte attendeva il mio pensiero e la stessa si faceva quindi più paziente e attenta comprendendo quindi che si poteva a quel punto dialogare di ogni argomento.
Ho condiviso i miei silenzi per poter dare il segnale di tornare all’ascolto.
L’ho fatto in un viaggio che è famoso per il suo spirito di condivisione. Ho trovato persone e scoperto amici. Ho condiviso i miei passi silenziosi con altri camminatori. Ho seguito quella freccia gialla e quella conchiglia fino a Santiago sotto la pioggia, contro il vento, affondando i miei piedi nella neve. Ho percorso sentieri, ho attraversato boschi, ho dormito in tenda, negli albergue, per terra nelle parrocchie oppure ospite a casa delle persone.
2189 chilometri in totale per guadagnarsi, sudarsi quella compostela e quella conchiglia che attesta il raggiungimento dell’oceano Atlantico oltre Santiago, a Finisterre.
Il cammino di Santiago
Nei secoli migliaia di pellegrini partivano dalle loro terre per raggiungere la Galizia quindi in tantissimi prima di me l’hanno percorso, ma la grandezza di un’impresa non si misura con quante persone l’abbiano tentata, ma con quello che ti lascia dentro.
Non è stato semplice: l’autunno, i tanti chilometri percorsi, le condizioni meteorologiche, la fatica, il sudore.
Ho pensato più volte di arrendermi, di abbandonare il cammino. Proprio quando ero immerso in tutta la bellezza della natura, ho vissuto veri momenti di crisi. Soprattutto nel tratto tra l’Italia e la Francia quando ogni giorno dovevo programmare rotte ed itinerari, ritrovandomi la sera con i piedi a pezzi e le vesciche sanguinanti.
In un bosco di querce vicino a Frejus mi stavo letteralmente arrendendo, sentivo di aver toccato il fondo, non comprendevo il valore ed il significato del dolore. Sì perché il dolore in realtà serve, è necessario alle volte, occorre farselo amico, non temerlo ma conoscerlo e soprattutto riconoscerlo. Per raggiungere il mio scopo, per conquistare determinazione e tenacia, per la mia crescita personale e autostima sono dovuto passare attraverso il dolore.
In quel bosco di querce prima di riuscire a comprendere come le difficoltà fossero in qualche modo terapeutiche e necessarie volevo abbandonare, volevo urlare!
Solo che anche urlare avrebbe significato fallire.

E quindi, dopo tutti quei chilometri, dopo tutti quei giorni silenziosi, cosa ha significato per me aver percorso il cammino? Sicuramente mi ha fatto bene, mi ha rigenerato. Mi ha riportato l’esatta scala di priorità nella vita. La reale dimensione dei nostri problemi quotidiani sul cammino si riduce perché ciò che importa è percorrere la strada, i sentieri. Trovare un tetto sotto cui dormire, avere qualcosa di caldo da mangiare.
Indipendentemente dalla distanza percorsa, dai voti scelti oppure no, dal farlo a piedi o in bicicletta conta partire persone e arrivare da pellegrini. Molte persone in pellegrinaggio si rivelano migliori e capaci di imprese personali che mai avrebbero immaginato di poter compiere.
Ma quindi il difficile è portare il Cammino a casa, essere pellegrini nella vita quotidiana. Arrivare da pellegrini significa aver attuato un profondo processo di riflessione personale che rimette in discussione tante verità e priorità della vita. Significa aver compreso la propria esistenza all’interno del mondo e della natura e di comportarsi quindi in pieno rispetto con essa. Perché in fin dei conti il cammino questo è: una metafora della vita stessa.
Si segue una freccia gialla, così come una conchiglia, anch’essa gialla. Queste sono assimilabili ai nostri valori, ai nostri ideali e, per taluni, alla fede. Questi segnali indicano la direzione per giungere ad una meta, la cattedrale di Santiago, ma nella vita ugualmente, ci mostrano la strada per arrivare al nostro traguardo personale. Nel cammino si incontrano tante persone, proprio come nella vita. Alcune si ritrovano, altre non più. Con alcune ci si abbraccia, ci si saluta, si arriva insieme alla meta, con alcune si condividono i passi, ma ognuno di noi ha anche bisogno di camminare solo per quei sentieri.

Ho capito che non è la cattedrale il premio, ne sono convinto. No, come nella vita, il premio è nel cammino, è nei passi che abbiamo dovuto percorrere per arrivare fin a quella esatta longitudine e latitudine, nelle sofferenze, nelle gioie, nei momenti felici e in quelli di disperazione.
Ma il vero senso del Cammino, e più in generale del viaggio è ciò che siamo diventati una volta rientrati a casa. Essere pellegrini anche nella vita quotidiana certamente, e nel mio caso riportare anche il silenzio a casa: maggiore ascolto, maggiore pazienza, accondiscendenza e comprensione.
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