Laguna de quilotoa - Ecuador

Non riuscirò mai ad abituarmi ai saluti, mai.
È l'altro lato della medaglia, della scelta di vita fatta 600 giorni fa.
Uno degli aspetti più belli della mia vita attuale è il farsi visitare in giro per il mondo dalle persone più care.
Ci si sente come tornare per un po' a casa. Si ritrovano quelle persone con cui si è condiviso tutta una vita. Ci si ritrova dall'altra parte del mondo con il tempo per stare insieme e parlare.

Parlare realmente, senza distrazioni.
Senza aperitivi, chiamate, notifiche, riunioni o altro.
Senza scadenze, senza tempo limitato.
È uno dei più grandi guadagni di questa vita.
E così è stato, a cavallo di Natale e capodanno, a cavallo tra Colombia ed Ecuador con un caro amico di oltre vent'anni.
Compagni di banco al liceo ora on the road in America Latina.
Non pianifichiamo nulla, ci lasciamo guidare dalle informazioni raccolte sulla strada e dalle sensazioni.
Varchiamo la frontiera, la mia trentunesima, la sua prima terrestre.
Entriamo in Ecuador sotto un cielo carico di nubi. La strada porta a Quito, la capitale è spettacolare.
Montagne a disegnare valli e altipiani. Il sole che al tramonto si fa largo tra le nuvole colorandole d'arancio. Quel colore tipico delle arance tarocco, quelle striature tipiche di quel frutto che proprio in questa stagione è sulle tavole italiane. E di cui sono ghiotto, mi mancano cazzo.
Quito è una città meravigliosa, un gioiellino in questa area del mondo.
Il centro storico è fatto di salite e discese ripide, strade di ciottoli, chiese e palazzi liberty.
I colori sono quelli coloniali, ovvero il bianco, l'azzurro, l'ocra.
Le nuvole hanno ceduto il passo al sole e un cielo terso ci da il benvenuto alla capitale e al nuovo anno.
Non solo, la mattina pure un terremoto ci saluta. È la prima volta in tutta la mia vita che riesco a sentire e a distinguere chiaramente questo fenomeno naturale.
È mattina, e siamo un po' rincoglioniti dalla baldoria della notte precedente. Le tazze iniziano a vibrare, il lampadario pure. Ci guardiamo e annuiamo in silenzio. Dura pochi secondi ma sembrano diversi minuti.
Nessuno in strada sembra curarsene, qui sono abituati.
La causa è il vulcano Cotopaxi, un gigante di 6000 metri a poche decine di chilometri dalla città. Pare essersi risvegliato.
Passata l'emozione incominciamo a pianificare le prossime tappe ecuadoriane. Non prendendo aerei non posso visitare le isole Galapagos, la grande attrattiva dell'Ecuador.
Per compensare decidiamo di concederci un lusso, imprescindibile per godere appieno di questo meraviglioso stato.
Affittiamo una macchina e esploreremo l'Ecuador on the road.
Questo piccolo stato baciato dalla linea equatoriale pochi chilometri a nord di Quito è estremamente vario per paesaggi e natura. Il primo giorno viaggiamo verso la costa pacifica e per farlo attraversiamo montagne maestose intorno ai 4000 metri. A lato della strada fiumi rigogliosi e cascate. Dormiamo in una finca e il giorno successivo raggiungiamo la costa del sol. Non prima di aver attraversato un deserto e alcuni villaggi isolati. L'oceano Pacifico si apre innanzi a nostri occhi con forza e veemenza. Le onde sono perfette, d'altronde in questa zona i surfisti trovano la propria mecca.
Il cielo è azzurro, il mare è blu, solo la schiuma delle onde e le nuvole distinguono questi due mondi. Dietro di noi terra arida e sabbia.
Raggiungiamo Montanita, capitale della rumba ecuadoregna e popolata da migliaia di turisti, per lo più argentini e cileni. La spiaggia qui non è niente di che, ma è una buona base per l'esplorazione della costa a nord. Dove le spiagge sono spettacolari, sterminate e prive di turismo di massa.
Nel cielo decine di pellicani sfruttano il vento e le correnti per planare senza fatica disegnando nel cielo traiettorie morbide prima di buttarsi verticalmente in mare a caccia di cibo pochi metri più in là delle tavole dei surfisti.
Dopo tre giorni di feste e spiagge ci dirigiamo ad oriente verso la zona continentale. Arriviamo a 3000 metri, a Banos de Agua Santa. Tra boschi di conifere e coltivazioni percorriamo la strada verso Rio Verde per poter ammirare le cascate Pailón del Diablo.
La natura. La sua potenza.
L'acqua.
La sua forza incessante.
Quell'elemento che da la vita e con la sua forza prorompente può toglierla. Penso proprio alle mie valli e alla tragedia dello scorso autunno. Ma contemporaneamente guardo affascinato lo scorrere forte del getto d'acqua, affascinato e ammaliato.
Attraversiamo ponti sospesi e sembra di essere in un film. Intorno a noi vegetazione lussureggiante tipica di una zona tropicale.
L'Ecuador è uno stato piccolo, in cui ogni mezz'ora l'ambiente circostante può cambiare radicalmente.
Deserto, montagne rocciose, prati, altipiani, boschi e giungla tropicale, fiumi, cascate e oceano. Neve e sabbia a poche centinaia di chilometri di distanza.
Tutto a cavallo della linea che divide a metà il mondo.
L'ultimo appuntamento di questo road trip è di quelli indimenticabili.
È grazie ad internet e ad una foto spettacolare che ci ritroviamo a dormire a 4000 metri, accendere una stufa la notte per il freddo, sulla linea dell'equatore.
Arriviamo a tarda notte dopo un viaggio tra le montagne e un tramonto sull'altopiano da lasciarci in silenzio a contemplarlo. Possiamo solo immaginare la sorpresa perché le tenebre ci precludono la vista del vulcano sul cui cratere alloggiamo.
È un vulcano inattivo da oltre 800 anni. Nel suo perfetto cratere vi è ora un lago. Azzurro,verde, turchese. Le nuvole del cielo riflesse sulla superficie. Meno di una decina di persone a visitarlo.
Uno spettacolo privato: la natura.
Un luogo che per bellezza, equilibrio e armonia dovrebbe essere sulle copertine delle maggiori riviste di viaggi e natura.
Fortunatamente ancora poco conosciuto e l'opportunità di visitarlo e goderlo così, in compagnia di uno dei mie più cari amici.
Una cartolina che ci porteremo nella mente per sempre e chissà quando saremo vecchi e ricorderemo di quella volta che attraversammo la Colombia e l'Ecuador. Di quella volta che ci salutammo dal cratere di un vulcano, di fronte ad un lago che non lascia parole, solo pensieri.
I saluti sono così, sale la camola, ma solo se si è vissuto un momento speciale, di quelli indimenticabili.
Fanno parte del mio viaggio, della mia vita attuale e non riuscirò mai ad abituarmici.
Ma ringrazio madre natura di avermi regalato l'opportunità di condividerli.