Si dice che per creare un'abitudine nel nostro comportamento quotidiano occorre ripetere la medesima azione per 21 giorni. Tre settimane affinchè quel determinato comportamento si traduca in una vera e propria abitudine consolidata, di quelle difficili da perdere. Oggi ne sono passati ben più di 21 dai primi blocchi che a Piacenza, dove vivo io, sono iniziati fin da subito a causa della vicinanza con il focolaio e a causa dei numerosissimi morti e contagiati.
Da qualche giorno si intravede una timidissima luce in fondo al tunnel e forse intorno a fine aprile, tutt'al più a maggio, dovremmo iniziare a poter uscire quantomeno di casa. A quel punto saranno trascorsi più di due mesi e inevitabilmente avremo diverse e nuove abitudini e soprattutto avremo dimenticato gran parte delle vecchie, il che forse non è così male.
Che cosa ci aspetta dopo il corona virus?
Ok, ok, saremo tutti contenti di poterci finalmente concedere una passeggiata e tornare a cena con gli amici anche se tutto sarà inevitabilmente graduale. Dunque il primo giorno ci faremo una bella doccia e ci accorgeremo di avere i capelli e la barba più lunga, avremo un aspetto in "disordine" ma avremo un tale sorriso che non ci cureremo di tutto il resto. Ci laveremo più spesso le mani, questo è poco ma sicuro e probabilmente starnutiremo nell'incavo del gomito. Le nostre case saranno più pulite e in ordine e sono pronto a scommetterci che la prima moda che salterà fuori sarà quella di indossare vecchi vestiti ritrovati negli armadi che pensavamo persi. Stiamo imparando ad ascoltare il nostro corpo, a dargli finalmente la giusta importanza, non per fattori estetici ma per benessere: abbiamo imparato ad ascoltarci i respiri, i colpi di tosse, e a guardarci negli occhi, per proteggere chi amiamo.Avremo tutti qualche chilo in più da smaltire, ma usciremo ben volentieri per farci una corsetta riscoprendoci quindi anche più attenti ad alimentazione e forma fisica. Non tutti perlomeno, però tanti. A proposito, ne usciremo con qualche conoscenza culinaria in più: sapremo fare pane, pizza, focaccia, ma anche pasta fatta in casa e ripiena, ritorneranno in auge i cibi di una volta e gli ingredienti più basici e meno esotici, perchè il sushi è buono e sfizioso ma vuoi metterlo con una bella carbonara? Quelle tradizioni culinarie del passato appartenenti alle nostre nonne sembravano destinate a scomparire e invece il virus da una parte ci ha tolto proprio i nonni, ma dall'altra ci ha restituito la loro memoria e la consapevolezza che impastare il pane per la nostra famiglia ci piace, perchè ci fa sentire importanti.
La paura?
La paura sarà tuttavia quell'abitudine più difficile da estirpare, perchè già prima del virus alcuni di noi avevano addirittura timore del prossimo, di qualche razza o etnia diversa. Ne avranno ancora di più. O forse no. Perchè se c'è una cosa che abbiamo imparato da questa pandemia è che siamo tutti gocce del medesimo mare e che il peso di ogni singola azione ricade sulla collettività. Ci dicevano che stavamo vivendo la globalizzazione: ora ne comprendiamo appieno il significato perchè quello che succede in altre parti del globa interessa anche a noi! Ne usciremo più soli, ma con la voglia di stare insieme. Capiremo che la vita è bella perché si vive. Che spesso il bene o il male ti arriva da chi meno te lo aspetti e magari con il tuo amore puoi uccidere una persona cara.
Avremo anche paura ad uscire e incontrare persone e individui, non neghiamocelo, ma la voglia di tornare a vivere il mondo prevarrà. Avremo paura a dare la prima stretta di mano, i primi baci sulle guance, i primi abbracci. Avremo paura ma la paura si combatte solo affrontandola e non nascondendosi dietro a un dito.
Medici e infermieri i nuovi eroi.
Questo virus ha smascherato chi vale veramente. Senza eccezioni. Quando questa paradossale situazione finirà voglio che tutti i medici e infermieri facciano un giro per la città nell'ultimo giorno di chiusura: voglio che in quelle vie deserte risuoni l'applauso che gli dedicheremo. Glielo dobbiamo. L'abbiamo capito dai, un medico o un infermiere dovrebbe essere applaudito ben più che un calciatore! Io voglio vedere gli ultras fuori dagli ospedali a cantargli i cori e tributargli la vittoria. Voglio sentire tremare la città dal casino che faremo. Tanti di loro hanno famiglia, figli piccoli a casa e stanno rischiando tutti i giorni in trincea contro questo nemico invisibile. Tanti, troppi di questi eroi hanno perso la vita in una guerra che talvolta ha avuto più le sembianze di un martirio.
Cosa resterà
Questa emergenza mondiale ci ha insegnato tanto: che il lavoro di un bravo insegnante non lo può sostituire uno schermo, che quindi la tecnologia aiuta, ma senza l'essere umano sarebbe totalmente inutile; che la stessa tecnologia è talmente utile da salvare vite umane, ma se usata male può fare danni irreparabili. Abbiamo imparato che dietro tante battaglie (giuste ci mancherebbe) per salvare il pianeta, in realtà dobbiamo salvarlo solo da noi stessi. Se il genere umano non dovesse sopravvivere la natura ci ha dimostrato di essere molto più forte: si riprenderebbe il mondo così velocemente come ha fatto con l'acqua cristallina di Venezia, i tassi in giro per le vie di Firenze, mamma papera con prole al seguito nel centro commerciale di Milano oppure i delfini nel porto di Cagliari. O più semplicemente questa aria pura, leggera, fresca. Abbiamo imparato ad osservare la primavera fuori dalla finestra non vedendo l'ora di poter uscire ad annusare un fiore. Non dimentichiamocelo, ve lo supplico, portiamo rispetto a Madre Natura.
E infine noi
E poi ci siamo noi, paese Italia. Ci dovremo tributare un applauso anche noi, sì. Perchè ci deridono tutti nel mondo ma invece stiamo dimostrando che le nostre politiche e le nostre azioni stanno dando una grande mano a salvare tante persone. Il nostro tessuto industriale è stato in grado di riconvertire fabbriche in produzione di componentistica per apparecchiature mediche; ci siamo messi a cucire mascherine quando ci siamo sempre contraddistinti per l'Alta Moda. Quando ci hanno bloccati chiusi in casa, non abbiamo saputo far altro che rimboccarci le maniche e darci da fare. Nonostante qualche inevitabile imperfezione, questa è l'Italia, signore e signori. E non c'è nessun altro posto al mondo in cui vorrei essere in questo momento.

PS: Grazie a Alessandra Pizzamiglio per avermi ispirato questi pensieri con un suo post su Facebook.