Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda.

Marrakech.
É uno di quei luoghi il cui solo nome richiama alla mente musiche, colori e profumi. È la terza volta nella mia vita che capito tra questi souk. Oltre vent’anni fa giunsi qui con mio padre e mia madre, una delle ultime vacanze tutti insieme. Ricordo che alloggiavamo in un villaggio vacanze, ma anziché voler trascorrere le giornate in piscina ero maggiormente attratto dalla città. Dalla piazza con incantatori di serpenti, bancarelle di dentisti e venditori d’acqua. Ora è ancora la stessa piazza Jamaa Lefna, con gli stessi incantatori di serpenti e i venditori d’acqua colorati, ma prostituiti al turismo, in caccia di dirham senza vergogna o ritegno. I dentisti invece, con quelle bancarelle piene di denti, quasi fossero un trofeo, scomparsi.
Anche il souk è lo stesso. Ma non l’atteggiamento dei venditori. Malmostosi e insistenti, mentre anni fa erano sorridenti e disponibili.
Quanto il denaro e il turismo ha distrutto in poco tempo.
Peccato perché la città è meravigliosa, con angoli e anfratti affascinanti.
Prima di tornare a camminare per quelle strade in quest’ultimo viaggio avevo visitato la città quattro anni fa, proprio un anno prima della mia partenza. Ero con la mia ragazza all’epoca e ci eravamo avventurati fino ad oltre le montagne dell’Atlante. La mia guida era Mohamed, un ragazzo berbero con cui sono rimasto in contatto e che ora mi ospita.
Il viaggio: amici in ogni angolo nel mondo. Il viaggio: cerchi che prima o poi dobbiamo chiudere.
Marrakech è questo per me: un cerchio che si chiude, un’avventura iniziata tanto tempo fa.

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